29.05.05

Novel vs. Romance

di Leonardo Colombati

[Questo articolo di Leonardo Colombati è uscito nel Corriere della sera di oggi 29 maggio 2005. L'ha ripreso anche Loredana Lipperini in Lipperatura; dove è stato variamente commentato. gm]

Qualche giorno fa il Corriere della Sera si è occupato del Viareggio, «il premio letterario più di sinistra d'Italia» a cui «sembrano piacere molto anche i candidati di destra». Nell’articolo si menzionavano tra gli altri, come finalisti per l'opera prima, Alessandro Piperno e il suo Con le peggiori intenzioni e il sottoscritto con il romanzo Perceber, «definito proprio da destra il romanzo del decennio, di quello che è trascorso e di quello che verrà». Da questi stralci, si evince che io sarei uno «scrittore di destra» perché il mio libro è stato lodato «da destra». E qui si sottintende una recensione apparsa su Il Giornale lo scorso 21 aprile. Se davvero un libro appartiene allo schieramento politico di riferimento del giornale che ne parla bene, il fatto che Con le peggiori intenzioni sia stato incensato dal Magazine del Corriere significa che questo giornale è di destra? E come la mettiamo con le recensioni positive che Perceber ha ricevuto dal Riformista e da Famiglia Cristiana? Sono forse l'artefice di una nuova Bicamerale? A questo modo di etichettare i libri un po' come si faceva un tempo con la mortadella (di sinistra) e il prosciutto cotto (di destra), in genere si replica con un altro luogo comune: i libri non sono né di destra né di sinistra; esistono solo buoni o cattivi libri. Ma è davvero così?
Secondo me, sì e no.

C'è stato un tempo in cui questo criterio di classificazione funzionava. A sinistra (ad esempio) stava il realismo; a destra, il racconto fantastico. Anche se Borges argomentava che tutta la letteratura, in realtà , è fantastica: se non si sospendesse l'incredulità, non ci si convincerebbe né del fatto che sia esistito in un paese della Mancia un cavaliere che sfidava i mulini a duello né che in un'estate, a Pietroburgo, uno studente assassinò un'usuraia per emulare Napoleone.
Ma poi qualcosa s'è interrotto. Già nel 1962, Mario Pomilio scriveva: «La crisi in cui sono entrati i vari storicismi, e in primo luogo quello marxista, con tutti i miti e le aspettative a esso connessi, una cosa ha significato anche per chi non si sentiva marxista: la fine della convinzione che azione sociale e intervento politico fossero in grado d'esonerare l'uomo di cultura da tutti gli altri presumibili suoi doveri. È come se molti tra i nostri scrittori sentendosi improvvisamente sprovvisti d'un sistema organico di verità e a corto di strumenti per l'accertamento della realtà si sforzassero a un tratto di celebrare il proprio smarrimento e d'elevare a segno esemplare dell'attuale momento la loro condizione».
Hitler, Stalin e l'atomica hanno disintegrato la fede nel progresso; la razionalità non ci fa liberi, bensì schiavi in una «gabbia d'acciaio», per dirla con Weber. Le illusioni di Marx e di Freud di dotarci di uno schema interpretativo che metta in relazione e rappresenti tutte le cose sono già ricerche di un tempo perduto.
Lo scrittore di oggi, messa da parte l'ambizione di ridurre l'universo a una maestosa sinfonia, deve accontentarsi di eseguire qualche onesto blues urbano o di giocarsi le proprie carte come disc-jockey. Ecco palesarsi la distribuzione della letteratura contemporanea nei due triti filoni del minimalismo e del postmodernismo.
Quanto al primo, si può citare un'osservazione di John Barth: «Fra i grandi scrittori minimalisti, la semplificazione avviene nell'interesse della potenza espressiva. Fra gli scrittori meno grandi, però, può essere semplicemente un ripiego». Circa il genere postmoderno si potrebbe insistere sull'idea di Lyotard di un fenomeno non tanto post cronologico quanto post tematico, in contrapposizione alla modernità intesa come volontà di costruire sistemi totalizzanti e come rilettura critica del determinismo scientifico; oppure metterne in risalto, da un punto di vista prettamente stilistico, gli intenti decostruzionisti, perseguiti con il montaggio di testi diversi, il citazionismo, il pastiche, le sfumature pop. Ma il minimo comune denominatore, per gli scrittori postmoderni è il crollo del Tempo. Se l'idea di progresso è negata, il caos del mondo comporta anche un nuovo modo di vedere il passato; la storia può essere percorsa in ogni sua direzione.
In Italia, dopo molti anni in cui è rimasto congelato «un discorso interrotto», così come evidenziava Pomilio, sono esplose narrazioni radicalmente minimaliste e postmoderne. Da un po' di tempo a questa parte, a me sembra, le cose si sono un po' ammorbidite, rese più fluide, fino a tornare al grado zero della letteratura. Non più minimalismo contro postmodernismo, ma novel contro romance: da una parte il racconto di accadimenti reali, di personaggi verosimili, di psicologie; dall'altra, l'intreccio che schiaccia i personaggi, li giostra come marionette, riproduce la «giostra» medievale.
Che poi, ad esempio, il romanzo di Piperno (etichettato come di destra) sia ascrivibile al genere realistico del novel e quello di Tommaso Pincio (ascritto alla sinistra) sia un fantastico romance è solo un paradosso apparente; basta osservare cosa sta succedendo nelle ultime settimane, qui da noi, nei due schieramenti politici e si capisce tutto o niente.

Posted by giuliomozzi at 22:51 | Comments (0)

11.05.05

Il Grande Romanzo Americano

di Alessandro Piperno e Leonardo Colombati

[Pubblico oggi - dopo l'estratto di qualche giorno fa - il testo integrale del pezzo scritto da Alessandro Piperno e Leonardo Colombati per la rivista Rolling Stone, in occasione dell'uscita di Devils & Dust, nuovo album di Bruce Springsteen. gm]

bruce_devils_dust.jpegÈ strano come una delusione possa trasformarsi in un effluvio di crosciante entusiasmo. Erano settimane che aspettavamo il nuovo album di Springsteen, Devils & Dust. Che ne sentivamo parlare, percependone nell’aria il profumo. Che continuavamo a scaricare dal web le castigate notizie che il Boss e il suo entourage avevano deciso crudelmente di distillarci. Quelle scarse generiche depistanti notizie da uffici stampa di major discografica che uno si deve ciucciare per tenere a bada la propria impazienza: “Si tratta d’un disco scabro, sporco, acustico, intimista, un disco da ascoltare” e via dicendo per luoghi comuni.
Entriamo negli uffici romani della Sony con una sola certezza: ascolteremo la canzone più hardcore che Bruce abbia mai scritto. No, nulla a che vedere con l’heavy metal; stiamo parlando di pornografia. L’aveva eseguita un paio di volte, il Nostro, per il “Vote for Change Tour”, lo scorso ottobre; abbastanza perché internet riuscisse ad imprigionarne i versi. Pilgrim in the temple of love reca un sottotitolo al tempo stesso esplicito e misterioso: Santa Claus gets a blowjob. Che razza di storia è mai questa? Una canzone il cui testo sembra una sceneggiatura dei Fratelli Cohen. Bruce entra in un peep-show, dopo che nel parcheggio ha assistito alla raccapricciante scena di un ciccione vestito da Babbo Natale che si fa spompinare. Lo rincontra all’interno del locale e gli domanda: “Come va coi bambini quest’anno, Babbo?”. E lui tra due respiri profondi sussurra: “Un natalizio vaffanculo a te”.
Insomma, iniziamo ad ascoltare il disco certi che prima o poi quelle parole ci toccheranno il cuore. E invece niente. Quella canzone – chissà perché? – è stata epurata. Ciò che resta è un disco splendido d’uno scanzonato Springsteen che può permettersi ormai di fare quello che vuole. E che non di rado riesce a fare poesia.

Bisogna capire che le pop songs stanno all’America come agli italiani la Commedia e il Cantico delle Creature. Non è una questione di qualità ma di radici. Ecco perché – solo e solamente negli Stati Uniti – non suona scandaloso affiancare Tom Waits a Wallace Stevens.
Alla metà degli anni Settanta l’Uomo Nuovo della musica popolare s’incarnò nella figura di Bruce Springsteen, un songwriter il cui merito principale sta nell’averci mostrato per intero – più di Elvis, più di Dylan – la mappa del Dna musicale americano. Non c’è modulo della musica moderna che non abbia piegato alle proprie urgenze narrative. Gli elementi innovativi presenti nella sua musica, certo, sono prossimi allo zero – Springsteen non cambia la pop music di una virgola, ma la rimastica incessantemente, ne tiene viva la tradizione. Ed è per questo che, molto più di tanti veri o presunti innovatori, ha salvato il rock ‘n’ roll. Esaurita la grande spinta creativa degli anni Sessanta, scioltisi i Beatles, in declino gli Stones, l’Europa ammorbata dal progressive così come l’America dalle melensaggini della West Coast, Springsteen arrivò al momento giusto, prese su di sé la storia del rock e la fece sua.
Il nuovo album, Devils & Dust chiude idealmente la trilogia inaugurata con Nebraska e proseguita con The Ghost of Tom Joad; qualcosa che assomiglia molto a una Antologia di Spoon River dei giorni nostri. Per capirlo ci basta ascoltare l’attacco della title-track: su un tappeto di chitarre che ricorda Blood brothers, Bruce dà l’avvio a un’invocazione di tipo gospel. In realtà, a differenza dei primi due capitoli della trilogia, i perdenti di Devils & Dust hanno almeno una speranza, quella di avere “God on my side”, esplicitata dall’innesto di moduli tipici della musica sacra americana su un impianto principalmente blues, folk e country.
In Long time comin’ – ballata rock dal suono sporco e trascinante che ricorda negli arrangiamenti certi episodi di Lucky Town – l’amaro destino del protagonista viene redento dall’attesa della paternità. Sopra un secco rhythm & blues lo sentiamo augurare al figlio: “Se dovessi esprimere un desiderio per te in questo mondo dimenticato da Dio, ragazzo, sarebbe questo: che i tuoi errori siano solo tuoi così come i tuoi peccati”. E poi, in un’improvvisa accensione gospel, si rivolge alla sua donna: “C’è voluto tanto tempo, amore, ma adesso il momento è arrivato”.
In Jesus was an only son, invece, è un figlio che sta per morire che parla alla madre e le dice baciandole le mani: “Trattieni le lacrime”. In questo vero e proprio standard spiritual, con tanto di Hammond e cori, non ha importanza il fatto che questo figlio sia Gesù che “a Nazareth leggeva i salmi di David ai piedi di Maria”. La metafora biblica è al servizio di un topos spingsteeniano sin dai tempi di Independence day. Springsteen è un eretico a cui interessa solo l’umanità del Cristo.
Così come in Nebraska e The Ghost of Tom Joad, anche in questo album l’orizzonte dal New Jersey si estende fino alla Pennsylvania, all’Ohio, all’Indiana, all’Oklahoma, al Texas, luoghi che fanno da sfondo alle vicende di camionisti, mesteneros e pugili suonati. Il Rainey Williams di Black cowboys vaga per i campi “di granturco, cotone e di un nulla infinito nel mezzo”, mentre gli innamorati s’incontrano sulle sponde del Matamoras (Matamoras Banks) o accanto a ruscelli illuminati da una “luna che fa rimbalzare via le stelle” (Long time comin’).
Il testo comunque più riuscito è quello di The hitter, la storia di un pugile a fine carriera la cui atmosfera di squallore e allo stesso tempo di desolata umanità fa pensare a Million dollar baby di Eastwood:

Stanotte a Stockyard, un uomo ha tracciato un cerchio nella polvere;
io ci sono entrato e ho tolto la camicia.
Ho studiato attentamente i suoi tagli, gli sfregi, i dolori che il tempo non può curare.
Ho scartato rapidamente sulla sinistra e l’ho colpito al volto.

È in questa sua ultima prova la conferma del fatto che Springsteen non ci voglia regalare soltanto settanta minuti di intrattenimento pop, ma che voglia soprattutto raccontare la gloria e la disperazione del suo Paese. È anche, questo, un viaggio nei generi rurali che Springsteen fa scontrare abilmente attraverso le tipiche battute in quattro quarti del blues – quello del Missisipi, alla Sonny Terry – e arrangiamenti più propriamente country: slide guitar, banjo, violini fino ad arrivare al parossismo rockabilly alla Pegy Sue. È il caso, ad esempio, di All I’m thinkin’ about, una canzone con gli occhiali (nel senso di Buddy Holly e Roy Orbison) in cui Bruce sfoggia una inaudita voce in falsetto. Maria’s bed, invece, nella prima parte sembra uno dei pezzi minori di Beggar's Banquet dei Rolling Stones, per poi tramutarsi in uno scatenato rock ‘n’ roll.
Ma qual è il limite di un disco perfetto? Si può dire che il vizio d’origine di questo album sia la sua stessa perfezione? Questi uomini che cercano di risollevarsi dalla polvere attraverso il sogno di una più o meno terrena redenzione sono davvero vivi ed autentici come i disillusi che in Darkness on the Edge of Town continuavano loro malgrado a vagheggiare una Terra Promessa? E questo sfoggio di virtuosismo nel saltare da un genere all’altro non rischia di svilirsi in Maniera? Oggi, Springsteen non è più – non può più esserlo – il James Dean della musica americana, bensì un cattedratico del rock ‘n’ roll.
Un superciglioso professore di mezza età che tuttavia riesce a piazzare i suoi uppercut, come quando in All the way home ci sorprende con un rock tiratissimo, con un basso mai così in evidenza (a suonarlo è Brendan O’ Brien, il produttore di The Rising) e un lancinante suono di armonica distorta; oppure con il piccolo gioiello di Leah – una tromba che si leva da un tappeto di tastiere e che ci ricorda misteriosamente certi pezzi dei Waterboys. Ma il regalo più prezioso per noi vecchi porci – insieme impudenti e sentimentali – giunge quando, appena dopo aver digerito l’assenza del nostro pervertito Santa Claus, ci imbattiamo nei versi di Reno, una noiosissima folk-song che a un certo punto fa così:

Lei se lo fa scivolare fuori dalla bocca
E mi dice: “Sei pronto,
ora ti darò il meglio che tu abbia mai avuto”.
Ridemmo e facemmo un brindisi.
Non è stato il meglio che io abbia mai avuto.
Non ci andò neppure vicino.

Dice Springsteen: “Continuerò a suonare fino a che non mi verranno le piaghe, e poi ancora un po’”.
Ecco il segreto di questi sciamani sempre in marcia per le strade d’America. Andare avanti, guardare, raccontare. La ricompensa è senza prezzo. Ne parla Whitman quando, dopo essersi lamentato delle domande senza risposta e della folla sordida che cammina al suo fianco, chiede:

Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?

Risposta
Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.

Posted by giuliomozzi at 10:24 | Comments (2)

23.12.04

Dubbi e ubbie

di Azione Parallela

[Azione parallela ha pubblicato un'interessante annotazione sul saggio di Leonardo Colombati Il silenzio, il bianco, lo zero. Mi permetto di riportare qui per intero il suo post].

E’ in arrivo un poema eroicomico sul nulla che s’annuncia come un capolavoro (Don Quixote o Sancho Panza nell’età del nichilismo – che hanno contribuito ad aprire). Nell’attesa, potete leggere un lungo saggio diviso in due parti (qui e qui) dell’autore del poema. Tema: il silenzio, il bianco, lo zero (i "luogotenenti del nulla"). In mezzo a molte cose interessanti (su alcune delle quali magari torno), mi limito a segnalare la questione per me principale, che si trova in prossimità della conclusione:

L’indeterminatezza dello zero assomiglia a quella del silenzio: un qualcosa che non c’è ma che modifica l’esistente. Si pensi ad esempio alle pause nel discorso e nelle forme musicali: “c’è una nozione basilare di pausa: un fischio cessa e poi riprende. Questa descrizione sarà probabilmente accettata da tutti, ma implica qualcosa di strano, ossia il fatto che il fischio sia lo stesso prima e dopo la pausa. Questa posizione è filosoficamente sospetta. Il filosofo sobrio dirà che ci sono due fischi, separati da una pausa (Roberto Casati e Achille V. Varzi).
Ciò equivale a dire che nella “frase” in questione vi sono tre elementi: un fischio, il silenzio, un altro fischio. Ma se il silenzio è definibile solo in negativo – e dunque come non-suono, come qualcosa che non esiste – togliendolo dalla frase, essa non dovrebbe cambiare. E allora come mai otteniamo un unico, lungo fischio?.

Nel gustoso e amplissimo materiale bibliografico (e ognuno hai suoi gusti: il bianco più bianco, ad esempio, è per me la neve della Montagna incantata; e il silenzio più ostinato quello di Filebo. O quello di Bartleby?) spicca però, a lenti filosofiche, l’assenza del problema del Sofista. E dico: non tanto il problema di cui si tratta nel Sofista (perché anzi di quello) quanto il problema che il Sofista stesso rappresenta, per aver con abile mossa fatto scomparire di sotto al tavolo della filosofia (e non ci voleva molto, visto ciò di cui si trattava) il ‘nulla affatto’, il me on inteso in senso assoluto. Il quale me on se ne impipa del corretto ragionare di Platone, che lo esorcizza come “adianoeton te kai arreton kai aphthegton kai alogon [impensabile, indicibile, impronunciabile, illogico]”. L’esorcismo riesce però con Colombati (e non solo con lui), visto che per lui si tratta piuttosto di mostrare quanto significativo sia l’altro nulla, quello che sta, civile e grazioso, tra gli enti e le parole, il nulla che punteggia l’essere e articola il discorso, il nulla che riesce insomma ben significativo (e che quindi tanto nulla non è).
Certo, l’altro nulla è forse solo una fisima, “un’ubbia dell’intelletto puro”. Può darsi. Ma come diceva Bennato? Abbi ubbie.

Posted by giuliomozzi at 09:43 | Comments (1)

21.12.04

Il silenzio, il bianco, lo zero [2]

di Leonardo Colombati

Mentre i nomi di tutti gli altri numeri ci derivano dal latino (UNUS, DUUS, TRES, QUATTUOR, QUINQUE, SEX, SEPTEM, OCTO, NOUEM, DEKEM), il nome dello zero ci deriva dall'arabo zifr, da cui proviene anche la parola che significa qualsiasi numero: cifra. Lo «strano numero» fu introdotto in Europa dal matematico e viaggiatore pisano Leonardo Fibonacci, che all'inizio del XIII secolo nel suo Liber Abaci trascrisse il metodo utilizzato dagli arabi per fare di calcolo senza il pallottoliere.
Lo zero è il numero che assegna al concetto sussumente la mancanza di un oggetto, ovvero la prima cosa non reale del pensiero. Lo zero non è un’assenza, non è un niente, non è il segno di una cosa, non è una semplice esclusione. Se i numeri naturali sono segni, esso è un significante. Non è un intero, ma un metaintero, una regola intorno agli interi e alle loro reazioni...

Leggi la seconda parte del saggio Il silenzio, il bianco, lo zero di Leonardo Colombati in formato Rtf.

La prima parte del saggio è disponibile qui.

Posted by giuliomozzi at 09:43 | Comments (4)

17.12.04

Il silenzio, il bianco, lo zero [1]

di Leonardo Colombati

Il turista, il critico d’arte e lo storico accolgono senza scandalo i geroglifici che il gesuita tedesco Athanasius Kircher iscrisse sull’obelisco di Santa Maria sopra Minerva, a Roma. È un’opera che non delude, sebbene l’arte del falso sia generalmente deprecabile. Converrebbe riflettere sulla circostanza che nulla è mistificazione, se tutto lo è, come possiamo sperimentare quando ogni mattina ci svegliamo «giudiziosi dopo essere passati attraverso le zone d’ombra e i labirinti dei sogni», per dirla con Groussac. Abbiamo l’impressione che tra il mondo della veglia e quello del sonno vi sia una sfasatura, quasi fossero due mondi separati che si guardano l’un l’altro attraverso una lente sfocata. Così, se noi possiamo sognare di essere uno scarafaggio, non potrebbe darsi che quando ci crediamo svegli siamo in verità uno scarafaggio che sogna di essere noi?
Lo dice, con una metafora, Shakespeare...

Leggi la prima parte del saggio Il silenzio, il bianco, lo zero di Leonardo Colombati in formato Rtf.

Posted by giuliomozzi at 16:19 | Comments (7)