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<title>PERCEBER</title>
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<modified>2007-11-25T20:09:56Z</modified>
<tagline>romanzo eroicomico di Leonardo Colombati</tagline>
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<copyright>Copyright (c) 2007, Leonardo Colombati</copyright>
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<title>Presentazioni Killer</title>
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<issued>2007-11-25T20:04:19Z</issued>
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<summary type="text/plain">MILANO - Lunedì 26 novembre, h 18.30 Feltrinelli Piazza Piemonte Leonardo Colombati presenta BRUCE SPRINGSTEEN - COME UN KILLER SOTTO IL SOLE assieme a Davide Sapienza e con la partecipazione musicale di Cristina Donà ---------------------------------------------------- ROMA - Giovedì 29 novembre,...</summary>
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<dc:subject>Appuntamenti</dc:subject>
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<![CDATA[<p><em><strong>MILANO - Lunedì 26 novembre, h 18.30</strong><br />
Feltrinelli Piazza Piemonte</em></p>

<p><strong>Leonardo Colombati </strong>presenta</p>

<p><strong><a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_libro=978-88-518-0091-8">BRUCE SPRINGSTEEN - COME UN KILLER SOTTO IL SOLE</a></strong></p>

<p>assieme a <strong>Davide Sapienza </strong>e con la partecipazione musicale di <strong>Cristina Donà</strong></p>

<p>----------------------------------------------------</p>

<p><br />
<em><strong>ROMA - Giovedì 29 novembre, h 18</strong><br />
Feltrinelli Galleria Alberto Sordi</em></p>

<p><strong>Leonardo Colombati </strong>presenta</p>

<p><strong><a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_libro=978-88-518-0091-8">BRUCE SPRINGSTEEN - COME UN KILLER SOTTO IL SOLE</a></strong></p>

<p>assieme a <strong>Giovanni FLoris </strong>e  <strong>John Vignola</strong></p>]]>

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<title>Tor di Quinto</title>
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<issued>2007-11-09T08:27:02Z</issued>
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<summary type="text/plain">Vivo a dieci minuti di macchina dalla baraccopoli di Tor di Quinto, a Roma, dove viveva l’uomo che alcuni giorni fa ha violentato e ucciso la signora Giovanna Reggiani. Solo poche parole per dire che la scena dei poliziotti che...</summary>
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<dc:subject>Saggi e interventi</dc:subject>
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<![CDATA[<p>Vivo a dieci minuti di macchina dalla baraccopoli di Tor di Quinto, a Roma, dove viveva l’uomo che alcuni giorni fa ha violentato e ucciso la signora Giovanna Reggiani. <br />
Solo poche parole per dire che la scena dei poliziotti che in favore di telecamera radevano al suolo quelle che – pure se l’Italia intera vuol chiudere gli occhi – erano le abitazioni di PERSONE, destinando improvvisamente queste ultime ad un addiaccio odioso e ipocrita nel cuore di una sera d’autunno, questa scena, dunque, mi ha ripugnato fino al voltastomaco – dico di più: quei servizi telegiornalistici propinati ad un Italia col tovagliolo annodato al collo in attesa della minestra e del manganello sono stati, per me, la pietra che ha definitivamente sigillato la tomba dove riposa in pace l’idea di fare di questo Paese un Paese civile.<br />
Sul decreto d’urgenza approntato dal Governo – una masnada di boriosi incompetenti con la schiena al muro, che per salvarsi il culo venderebbero mille volte Gesù Cristo se un sondaggio gli mostrasse il favore della folla – si potrebbe dire che oltre ad essere incostituzionale e fascista è anche ridicolo. Ma è meglio non farlo, meglio non rifugiarsi nella solita storia che più che tragici gli italiani sono comici.<br />
Ho un’idea molto semplice sui fatti di Tor di Quinto e su ciò che ne è scaturito. Per i delitti, esiste il codice penale. Basta applicarlo. Le baraccopoli sono una vergogna non per chi ci abita ma per chi le tollera. Nel caso specifico di Roma, amministratori locali che la domenica si rifugiano nei Circoli Canottieri e le spiano da lontano, solo un attimo prima che cominci la loro partita di tennis. Questo è avvenuto e avviene a Roma, così come in molte altre città italiane: non è un problema di destra o di sinistra, così come modernamente destra e sinistra sono intese nei Paesi civili. È un problema di fascismo, quello antico, odioso, mai del tutto sradicato dal tessuto connettivo del nostro popolo e della nostra politica.<br />
</p>]]>

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<title>Come un killer sotto il sole - Il sito</title>
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<modified>2007-10-24T06:24:09Z</modified>
<issued>2007-10-17T16:57:16Z</issued>
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<summary type="text/plain"> E&apos; on-line www.killerinthesun.com, il sito italiano di Bruce Springsteen a cura del sottoscritto. Tutto - ma proprio tutto - sul Boss: la vita, i dischi, le canzoni, i concerti e tanto altro ancora. Visita il sito, lascia i tuoi...</summary>
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<dc:subject>Come un killer sotto il sole</dc:subject>
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<![CDATA[<p><a href="http://www.killerinthesun.com"><img alt="Clicca qui per entrare nel più completo sito italiano dedicato a Bruce Springsteen" src="http://www.perceber.com/archives/immagine pubblicità killer.jpg" width="449" height="715" border="0"></a></p>

<p>E' on-line <a href="http://www.killerinthesun.com">www.killerinthesun.com</a>, il sito italiano di Bruce Springsteen a cura del sottoscritto.<br />
Tutto - ma proprio tutto - sul Boss: la vita, i dischi, le canzoni, i concerti e tanto altro ancora.<br />
Visita il sito, lascia i tuoi commenti alle news e iscriviti alla Newsletter.</p>]]>

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<title>Bruce Springsteen- Come un killer sotto il sole</title>
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<modified>2007-09-24T16:31:58Z</modified>
<issued>2007-09-12T16:17:46Z</issued>
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<summary type="text/plain"> Il 6 novembre 2007 uscirà in tutte le librerie, per l&apos;editore Sironi: -------------------------------------- BRUCE SPRINGSTEEN COME UN KILLER SOTTO IL SOLE Il Grande Romanzo Americano 1972-2007 A cura di Leonardo Colombati Prefazione di Ennio Morricone -------------------------------------- Un libro che...</summary>
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<name>Leonardo Colombati</name>
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<dc:subject>Appuntamenti</dc:subject>
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<![CDATA[<p><a href="http://www.sironieditore.it/libri/schedainarrivo.php?ID_libro=978-88-518-0091-8"><a href="http://www.perceber.com/archives/Come un killer sotto il sole COPERTINA.html" onclick="window.open('http://www.perceber.com/archives/Come un killer sotto il sole COPERTINA.html','popup','width=481,height=708,scrollbars=no,resizable=no,toolbar=no,directories=no,location=no,menubar=no,status=no,left=0,top=0'); return false"><img alt="Foto Springsteen.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/Foto Springsteen.jpg" width="530" height="410" /></a></a></p>

<p>Il 6 novembre 2007 uscirà in tutte le librerie, per l'editore Sironi:</p>

<p>--------------------------------------<br />
<strong>BRUCE SPRINGSTEEN<br />
COME UN KILLER SOTTO IL SOLE<br />
Il Grande Romanzo Americano 1972-2007</strong><br />
A cura di Leonardo Colombati<br />
Prefazione di Ennio Morricone<br />
--------------------------------------</p>

<p>Un libro che ho messo su pezzo dopo pezzo negli ultimi dodici anni e che, per misteriose convergenze astrali, viene pubblicato a cavallo tra l'uscita del <a href="http://www.amazon.com/Magic-Bruce-Springsteen/dp/B000V8I2QU/ref=pd_bbs_sr_1/104-6278886-5803101?ie=UTF8&s=music&qid=1189612142&sr=1-1">nuovo album del Boss</a> e il suo concerto milanese.</p>

<p>Sarà un fine anno springsteeniano, per me: tra pochi giorni, infatti, sarà on-line il mio sito dedicato a Bruce. E ho già preso i biglietti per i concerti di Milano (28 nov), Colonia (13 dic) e Parigi (13 dic).</p>

<p><strong>Per essere avvisato al momento dell'uscita del libro, clicca <a href="http://www.sironieditore.it/libri/schedainarrivo.php?ID_libro=978-88-518-0091-8">qui</a>.</strong></p>

<p><strong>Vedi la <a href="http://www.perceber.com/archives/Bruce Springsteen - Come un killer sotto il sole.pdf">scheda</a> del libro.</strong></p>]]>

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<title>Rio sul Foglio</title>
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<modified>2007-07-18T09:48:27Z</modified>
<issued>2007-07-18T09:40:15Z</issued>
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<summary type="text/plain">[Questa recensione di Rio è uscita sul Foglio il 14 luglio] Due anni fa Colombati ha esordito con Perceber, un romanzo osannato dalla critica per la carica innovatrice ma condannato dai lettori per la scarsa leggibilità e l&apos;eccessivo autocompiacimento. Tutt&apos;altra...</summary>
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<dc:subject>Rio</dc:subject>
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<![CDATA[<p><em>[Questa recensione di <a href="http://www.perceber.com/archives/2007/03/leonardo_colomb_3.html">Rio</a> è uscita sul <a href="http://www.ilfoglio.it">Foglio</a> il 14 luglio]</em></p>

<p><br />
Due anni fa Colombati ha esordito con <strong>Perceber</strong>, un romanzo osannato dalla critica per la carica innovatrice ma condannato dai lettori per la scarsa leggibilità e l'eccessivo autocompiacimento. Tutt'altra storia invece per questa opera seconda. <strong>Rio</strong> (il titolo non allude alla città brasiliana ma è semplicemente il nome di un esclusivo ritrovo notturno per nudisti nel centro di Londta) ha tutte le caratteristiche del romanzo tradizionale, con una struttura ben definita e uno sguardo ironico e dissacratorio che alleggerisce anche le atmosfere più torbide.</p>

<p>Il libro è molte cose insieme: è prima di tutto l'autoritratto molto critico di un uomo mediocre e votato all'autodi-struzione. Ma è anche un romanzo generazionale (quella dei giovani yuppies che si consumano tra donne facili, alcol e cocaina negli spregiudicati anni Novanta). E', ancora, il ritratto di una città che gira troppo velocemente su se stessa e la storia di  un'amicizia calpestata.</p>

<p>Il protagonista-narratore, di cui non sappiamo il nome anche se sembra avere più di un punto in comune con l'autore, è un giovane emigrante di lusso. Un piccolo Lucien de Rubempré in cui ogni illusione è già perduta e ogno emozione «cremata nell'inceneritore del suo invincibile egoismo». E' partito da Roma per fuggire dal ricordo della ex fidanzata e dall'opprimente persona del padre, ex muratore che ha conquistato e poi perduto una fortuna costruendo bilocali in periferia. Deciso ad acquistare l'arte del saper vivere nella peccaminosa swinging London e avviato a una brillante carriera nella City, trova in Filippo Runeberg il gran cerimoniere che gli spalanca le porte dei salotti letterari. Runeberg è stato un mito letterario delle patrie lettere e, pur in decadenza, è ancora lo scrittore italiano più celebrato nel mondo. Al nuovo amico, che incontra in una vasca idromassaggio del Rio Centre, schiude anche le porte della camera da letto della splendida nipote Lea. Ma nell'insolito terzetto si instaura un rapporto ambivalente, in cui non è mai chiaro quale sia per il giovane protagonista il vero oggetto di attrazione. A complicare il gioco interviene una misteriosa signora, anche lei incontrata tra i vapori del Rio Centre, dove si svolgono gli snodi fondamentali della narrazione. Il finale non può che essere amaro. A illuminare questa avvincente storia di formazione è la qualità di una scrittura così nitida, vitale e creativa (il meglio di sé lo regala nei fulminanti ritratti dei personaggi) da trovare pochi esempi tra i giovani autori italiani.<br />
</p>]]>

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<title>Harry potter e la ricerca della felicità</title>
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<modified>2007-07-12T15:44:21Z</modified>
<issued>2007-07-12T15:06:29Z</issued>
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<summary type="text/plain"> [Questo mio articolo è uscito ieri, mercoledì 11 luglio, su Vanity Fair] La stazione ferroviaria di King’s Cross si trova tra i due quartieri londinesi di Camden Town e St. Pancras. Per un anno intero, alle sette e mezzo...</summary>
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<dc:subject>Saggi e interventi</dc:subject>
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<![CDATA[<p><img alt="harry potter 1.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/harry potter 1.jpg" width="225" height="300" /hspace=4 vspace=2 align=left> <em>[Questo mio articolo è uscito ieri, mercoledì 11 luglio, su <u>Vanity Fair</u>]</em></p>

<p>La stazione ferroviaria di <a href="http://www.kingscrossvoices.org.uk/Images/Themes_clip_image002_0002.jpg">King’s Cross</a> si trova tra i due quartieri londinesi di Camden Town e St. Pancras. Per un anno intero, alle sette e mezzo del mattino, sbucavo dalla metropolitana proprio sotto le sue arcate di acciaio e mattoni e aspettavo il mio treno per Swindon (una delle più brutte cittadine del Regno Unito) in un piccolo bar che s’affacciava sul primo binario. Era il 1996, e mi piacerebbe dirvi di aver notato una signora sulla trentina a un tavolo d’angolo, i lunghi capelli biondi che spiovevano su un quaderno a quadretti, la tazza di caffè fumante a tener desta la sua prodigiosa immaginazione, ancora al mondo sconosciuta. Forse l’ho davvero incrociata <a href="http://www.jkrowling.com/">Mrs. Rowling</a>, o almeno sogno di averlo fatto da quando – era trascorso ormai più di un anno – mi capitò tra le mani un libricino intitolato <em>Harry Potter e la  pietra filosofale</em>. Vi veniva raccontata la storia di un orfano undicenne, “viso sottile, ginocchia nodose, capelli neri e occhi verde chiaro” cerchiati da “un paio di occhiali rotondi, tenuti insieme con un sacco di nastro adesivo”. Ma ciò che colpiva del suo aspetto era soprattutto una “cicatrice molto sottile sulla fronte, che aveva la forma di saetta”. </p>

<p>All’inizio la vicenda di Harry è simile a quella di Cenerentola: ci sono una perfida  “matrigna” (la zia Petunia) e il suo corrispettivo maschile (lo zio Vernon). I due hanno un figlio, una specie di odioso Genoveffo sempre pronto a  umiliare il nostro piccolo eroe, fino a quando al posto del Principe Azzurro non irrompe sulla scena il gigante Rubeus Hagrid, che ha il “volto quasi nascosto da una criniera lunga e scomposta e da una barba incolta e aggrovigliata”. La rivelazione che porta con sé è sconvolgente: i genitori di Harry erano due maghi che morirono quando lui aveva appena un anno per mano di Lord Voldemort, il Signore del Male. Lo stesso Harry avrebbe dovuto perire, ma la maledizione che gli è stata gettata addosso è rimbalzata contro lo stesso Voldemort trasformando quest’ultimo in un’anima più morta che viva e trasferendo ad Harry enormi poteri. </p>]]>
<![CDATA[<p>La premessa è tutta qui. Harry è un predestinato e come tale dovrà andare alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, un istituto il cui motto iscritto nello stemma è <em>draco dormiens numquam titillandus</em> (“mai solleticare il drago che dorme”). Per arrivarci, gli alunni devono prendere l’Hogwarts Express dal binario 9 e ¾ della stazione di King’s Cross. Tra il binario 9 e il 10 c’è un pilone in mattoni; basta andarci addosso e – puf! – si è scaraventati in un mondo di castelli, unicorni, rigattieri che vendono bacchette magiche, basilischi, troll, palline dorate, gufi postini, Dissennatori che tolgono la felicità, pozioni ematiche, mantelli dell’invisibilità, cani a tre teste e elfi domestici che negli ultimi dieci anni ha conquistato centinaia di milioni di lettori in tutto il mondo, perpetuando una tradizione britannica che va da <em>Peter Pan</em> a <em>Il signore degli anelli</em>: quella dei libri “per bambini” che più o meno segretamente vengono letti e amati anche dagli adulti. Per non imbarazzare quelli di noi – maggiorenni – che sui treni o nelle sale d’attesa degli aeroporti provano a darsi un tono sfogliando distrattamente <em>L’essere e il nulla</em> o l’ultimo romanzone di Vikram Chandra, gli editori della Rowling hanno escogitato per ogni suo libro una doppia copertina: quella “ufficiale”, coloratissima e con il nostro eroe disegnato in un fumetto; e una “alternativa”, che faccia pensare almeno a un giallo alla John Grisham (rispettatissimo in business class). È inutile dire che le copertine originali sono molto più belle di quelle preparate per noi vecchi babbani (così a Hogwarts chiamano i non-maghi).</p>

<p><img alt="Harry Potter and the Half Blood Prince 1-2.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/Harry Potter and the Half Blood Prince 1-2.jpg" width="531" height="399" /></p>

<p>Se posso dare un consiglio ai lettori che abbiano già lasciato da poco o da molto le gioie estenuanti e malinconiche dei loro undici anni, eccolo: non abbiate paura di tornare bambini, entrate nei libri della Rowling e fate la conoscenza di uno dei personaggi più affascinanti, misteriosi (e anche un po’ spaventosi) della letteratura degli ultimi anni. Io l’ho fatto, all’inizio con un ingiustificato senso si colpa, e via via con incredibile godimento.<br />
Harry Potter, innanzi tutto, è molto più simpatico e complesso di Peter Pan. Credo che la ragione risieda nel fatto che, contrariamente alla creatura inventata da J.M. Barrie all’inizio del secolo scorso, Harry – che è nato il 31 luglio 1980 e ha undici anni quando facciamo la sua conoscenza – nel corso delle sue avventure invecchia: nel sesto (e penultimo) libro della serie, Harry Potter e il principe mezzosangue, ha diciassette anni. Harry è dunque l’anti-Peter Pan, “il ragazzo che non voleva crescere”. I Bimbi Sperduti dell’Isolachenoncè andranno avanti per sempre a sputarsi sui palmi prima di darsi la mano e Peter non capirà mai di amare Wendy, nonostante la gelosia di Campanellino. I rapporti che s’instaurano invece all’interno del gruppo formato da Harry e i suoi compagni di scuola preferiti – <a href="http://www.hermionegrangerswand.com/images/hermione.jpg">Hermione</a> la “secchiona” e il lentigginoso <a href="http://www.hp-lexicon.org/images/hz/rupert-ron-300px-hz.gif">Ron</a> – sono invece dinamici e, a partire dal terzo libro, condizionati dall’incombere del tabù dei tabù della letteratura per l’infanzia: la sessualità. Tredicenne, infatti, Harry sente la sua prima “stretta allo stomaco” quando durante una partita di Quidditch (non sapete che cos’è il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Quidditch">Qudditch</a>? Babbani!) vede “una ragazza molto carina” di nome Cho. Si baceranno sotto il vischio la notte di Natale e per San Valentino andranno a divertirsi insieme al villaggio per soli maghi di Hogsmade. Ma la gelosia infondata della ragazza nei confronti di Hermione rovinerà tutto. Quando Harry scoprirà che Cho esce con un altro ragazzo, dirà che la cosa “non gli fa né caldo né freddo”. Nel sesto libro, Harry s’innamorerà della sorella di Ron e quest’ultimo, dopo una breve storia con una certa Lavanda Brown, scoprirà di non provare soltanto amicizia per Hermione.</p>

<p>Recentemente ha fatto scandalo il fatto che Daniel Radcliffe (il bravissimo Harry Potter cinematografico) reciti in un dramma dove sono previste sue scene di <a href="http://www.thetheatreaddict.com/blogpics/equus.jpg">nudo integrale</a>. Le mamme del Regno Unito si sono indignate; i critici hanno applaudito entusiasticamente; il teatro del West-End dove va in scena la rappresentazione trabocca di gente che vuole vedere il maghetto al naturale, prima di leggere – forse – della sua morte nel settimo e ultimo libro della serie, <em>Harry Potter and the Deathly Hallows</em> (un titolo che si potrebbe tradurre con Harry Potter e le reliquie della morte) e che uscirà in Inghilterra il prossimo 21 luglio.</p>

<p>Eros, dunque, ma anche Tanathos, e in quantità industriali. Per salvarsi dalla morte, Lord Voldemort (l’assassino dei genitori di Harry) è costretto ad uccidere l’unicorno per bere il suo sangue argentato. E non è un caso che la Pietra Filosofale (che produce l’elisir di lunga vita) venga distrutta dal professor Silente. <br />
Una delle scene più impressionanti e meravigliose della saga è nel primo libro. A Hogwarts, Harry percorre nella notte dei bui corridoi e giunge in una stanza dove al centro è uno specchio con una cornice d’oro che si regge su due zampe di leone. La cornice porta un’iscrizione: “<em>Erouc li amotlov li ottelfirnon</em>” (provate a leggerla al contrario). Harry si vede riflesso nello specchio, ma non è solo: “una donna, ritta in piedi proprio dietro alla sua immagine, gli sorrideva e lo salutava con un gesto della mano. (…) Stava piangendo: sorrideva e piangeva al tempo stesso. L’uomo alto, magro e coi capelli scuri che le era accanto la cinse con un braccio. ‘Mamma’ mormorò Harry. ‘Papà’”. È un momento straziante, ma c’è qualcosa di peggio del vedere per la prima volta il volto dei propri genitori e non poterli toccare. Quando Harry viene sorpreso nella stanza segreta dal preside di Hogwarts, questi gli dice: “Capisci adesso che cos’è che noi tutti vediamo nello Specchio delle Brame? Allora te lo spiego. L’uomo più felice della terra riuscirebbe a usare lo Specchio delle Brame come un normale specchio, vale a dire che, guardandoci dentro, vedrebbe se stesso esattamente com’è”. Ecco che in un libro per bambini ci viene detto che la ricerca della felicità è ciò che ci fa svegliare al mattino ma che se la raggiungessimo resteremmo soli e, soprattutto, senza più niente da chiedere a noi stessi.</p>

<p>P.S.: Un paio di anni fa sono tornato a King’s Cross, e ovviamente sono andato alla ricerca del binario 9 e ¾. Con mia sorpresa ho scoperto che i binari 9 e 10 sono in un corpo separato rispetto alla stazione e che tra loro non ci sono semplicemente una banchina e qualche pilone in mattone, ma un paio di binari morti.<br />
</p>]]>
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<title>I Rolling Stones a Roma</title>
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<modified>2007-07-07T19:51:43Z</modified>
<issued>2007-07-07T19:22:54Z</issued>
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<summary type="text/plain"> [Questo mio articolo è uscito oggi su Il Giornale] L’ultima volta dei Rolling Stones a Roma era stata il 6 aprile 1967. A quei tempi Ron Wood neanche c’era, e Brian Jones sfidava il pubblico coi suoi atteggiamenti da...</summary>
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<name>Leonardo Colombati</name>
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<dc:subject>Saggi e interventi</dc:subject>
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<![CDATA[<p><img alt="rolling stones.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/rolling stones.jpg" width="500" height="375" /></p>

<p><em>[Questo mio articolo è uscito oggi su Il Giornale]</em></p>

<p><br />
L’ultima volta dei Rolling Stones a Roma era stata il 6 aprile 1967. A quei tempi Ron Wood neanche c’era, e Brian Jones sfidava il pubblico coi suoi atteggiamenti da mod senza sapere che di lì a poco sarebbe finito in fondo a una piscina. I cronisti dell’epoca notarono Ursula Andress e Jane Fonda confusi tra gli spettatori. Ieri sera, tra i trentacinquemila dello Stadio Olimpico, qualche politico, un paio di stilisti e un buon numero di attricette lontane mille miglia dal fascino di Barbarella e della statuaria bellezza svizzera. Mentre esco dalla sala stampa e mi dirigo verso la tribuna vengo sfiorato dalla giacca di panno nero di Martin Scorsese; l'istinto del fan è quello di tirare fuori il telefonino e implorare una foto. Ma mi trattengo; e lo faccio anche quando vedo un omino grigio, secco secco, che più che camminare scivola sulla moquette della saletta retrostante alla tribuna. Lo accompagna una signora elegante e nessuno sembra riconoscerlo: eppure è lui, Charlie Watts, il batterista degli Stones. Mancano solo venti minuti all'inzio del concerto: Watts imbocca le scale che lo portano in strada, davanti ai cancelli dello stadio. Dal vetro della sala stampa lo seguo con lo sguardo; senza guardie del corpo, procede incontro al pubblico che sta ancora entrando. Nessuno lo riconosce.</p>]]>
<![CDATA[<p>Sono bolliti, gli Stones? D’altronde Mick Jagger e Keith Richards hanno sessantaquattro anni e Charlie Watts sessantasei. Dal punto di vista compositivo è una band che vive un declino che dura da tre decenni. Però dal vivo tengono ancora alto il buon nome della ditta. Certo non si può dire che si risparmino. Questo “A Bigger Bang Tour” va avanti da tre anni e rischia di diventare il più lungo della storia del rock.</p>

<p>Ma non c’è più tempo per i dubbi e le considerazioni di ordine anagrafico. I fuochi d’artificio esplodono, gli schermi rimandano immagini computerizzate del Big-Bang e i quattro entrano in scena, accompagnati dall’ormai fido bassista Darryl Jones, dal sassofonista Bobby Keys e dal tastierista Chuck Leavell. L’inizio, di prammatica, è affidato a <strong>Start Me Up </strong>e a <strong>You Got Me Rocking </strong>e l’Olimpico esplode al primo riff di Keith, il cui look ingigantito dal maxi-schermo a dimensioni gulliveresche che sovrasta la band è sempre più da Pirata dei Caraibi. Ora che è acceso come un flipper, il palco fa mostra di sé in tutta la sua impressionante mole: se ci piazzaste dietro un palazzo di otto piani, scomparirebbe. È largo sessanta metri e ai suoi lati si ergono due enormi strutture in vetro e acciaio che sembrano le ali di un mostro meccanico. E' uno spettacolo che spazza via ogni ironia a proposito dei “nonni del rock”: quello che combinerà sul palco il diabolico Mick nelle successive due ore è roba che un suo coetaneo allenato da un costante jogging mattutino non riuscirebbe a fare in tre mesi. La grandeur scenografica, le luci, i fumi, i fuochi d’artificio, non riescono a schiacciare, ma anzi esaltano la presenza scenica di uno dei più grandi performer della storia.<br />
La prima parte del concerto scivola via tra brani tratti dall’ultimo album (<strong>Rough justice</strong>), improvvisi tuffi negli anni Sessanta (<strong>Ruby Tuesday</strong>), cover di James Brown (<strong>I'll Go Crazy</strong>), rispescaggi dal repertorio minore (<strong>She's So Cold</strong>, da <em>Tattoo You </em>del 1978), e ben quattro canzoni tratte dall'indimenticabile <em>Exile On Main Street</em>, il doppio album del 1972: <strong>Rocks Off</strong>, <strong>Can't You Hear Me Knocking</strong>, <strong>Tumbling Dice</strong> e <strong>Happy</strong>. Su <strong>You Got The Silver </strong>(tratta da <em>Let It Bleed </em>del 1969) possiamo ascoltare ancora una volta la voce sghemba ma irresistibile di un Keith in grande forma, quando non è intento ad arrampicarsi su per gli alberi di cocco – ed eventualmente precipitare rischiando di spezzarsi l’osso del collo. </p>

<p>Mentre controllo sullo schermo se davvero il beat impeccabile provenga da quel vecchietto che ho inontrato pochi minuti prima, una parte del palco si stacca e inizia a scivolare lentamente lungo la passerella che taglia perpendicolarmente in due il prato, creando una sorta di “isola” in mezzo alla folla: lì sopra la band snocciola <strong>Miss You</strong>, <strong>It's Only Rock 'n' Roll</strong>, <strong>Satisfaction</strong> (con lo stadio in coro) e <strong>Honky Tonk Women</strong>. Ed è proprio su <strong>It’s only rock ‘n’ roll</strong>  che mi torna in mente un’intervista rilasciata da Jagger: “La parola nostalgia, che deriva dal greco, ha come significato implicito uno sguardo malinconico verso il passato. Il passato è un gran bel posto e non voglio certo buttarlo via, ma non ne voglio essere prigioniero”. Ecco, a guardarlo adesso, in mezzo a decine di migliaia di fan adoranti, mentre canta “è solo rock ‘n’ roll e mi piace”, mi convinco che quel verso (che forse è il suo segreto) è maledettamente vero. Qui non si tratta di soldi o di rinverdire un mito, ma di continuare a divertirsi; e ho il sospetto che questi quattro vecchietti lo faranno ancora a lungo.</p>

<p>È giunto il momento dell’apoteosi finale, affidata a canzoni-simbolo come <strong>Symphaty For The Devil  </strong>(con Mick che sale in cima al palco), <strong>Paint It Black</strong> e <strong>Jumpin' Jack Flash</strong>. Il bis è <strong>Brown Sugar</strong>. Gli Stones salutano e se ne vanno. Li attendono il Montenegro, la Serbia, la Romania, l’Ungheria, San Pietroburgo… È solo rock ‘n’ roll ma continua a piacerci.<br />
</p>]]>
</content>
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<title>Giancarlo Liviano, &quot;Andai, dentro la notte illuminata&quot;</title>
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<modified>2007-06-26T09:35:50Z</modified>
<issued>2007-06-26T09:21:03Z</issued>
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<summary type="text/plain"> [Questo mio articolo sul romanzo di Giancarlo Liviano, &quot;Andai, dentro la notte illuminata&quot;, viene pubblicato oggi su Il Giornale] Senza troppo entusiasmo, ricevo e inizio a leggere il romanzo di Giancarlo Liviano, Andai, dentro la notte illuminata. Il mio...</summary>
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<name>Leonardo Colombati</name>
<url>http://www.medicine-show.net</url>
<email>leo.colombati@flashnet.it</email>
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<dc:subject>Saggi e interventi</dc:subject>
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<![CDATA[<p><a href="http://www.notteilluminata.com/"><img alt="LIVIANO 2.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/LIVIANO 2.jpg" width="168" height="268" /hspace=4 vspace=2 align=left></a> <em>[Questo mio articolo sul romanzo di Giancarlo Liviano, "<a href="http://www.notteilluminata.com/">Andai, dentro la notte illuminata</a>", viene pubblicato oggi su <a href="http://www.ilgiornale.it">Il Giornale</a>]</em></p>

<p><br />
Senza troppo entusiasmo, ricevo e inizio a leggere il romanzo di <strong>Giancarlo Liviano</strong>, <em>Andai, dentro la notte illuminata</em>. Il mio scetticismo deriva dalla statistica. Dei tanti romanzi di scrittori italiani under 30 che negli ultimi anni m’è toccato sciropparmi, solo il 10 percento ha superato la soglia della leggibilità. E per sperare in qualcosa di più della sufficienza, più che la statistica bisogna invocare la fortuna.<br />
Leggo le prime tre pagine, vengo sommerso da un diluvio di aggettivi e mi prende una strana allegria. Ecco uno che finalmente rende giustizia a questa categoria così bistrattata, la categoria degli aggettivi, e li usa molto, e molto bene. Prima ancora di rendermi conto di quale storia <strong>Liviano</strong> mi voglia raccontare, ciò che mi colpisce è il tono della sua voce: una prosa sovreccitata, come un assolo di Charlie Parker. La sovreccitazione è una forma di epica. <br />
</p>]]>
<![CDATA[<p>Appena riesco a sistemarmi comodamente dentro il libro per godermi lo spettacolo, mi accorgo di trovarmi in un luogo inaudito. Abituato ai soliti clichè della narrativa italiana, mi aspettavo la borgata di una nostra metropoli o uno di quei tinelli in cui due delle centomila varianti letterarie di Kim Rossi Stuart e Giovanna Mezzogiorno vedono sgretolarsi il loro rapporto a colpi di incomunicabilità post-antonioniana. E invece eccomi qui, a San Francisco, mentre mi sporgo nel vuoto dal Golden Gate. La trama è piuttosto semplice e sommamente improbabile: sei persone hanno firmato un contratto con un network televisivo americano per un reality show durante il quale il pubblico voterà chi salvare e chi condannare alla più definitiva delle eliminazioni; gli sconfitti, infatti, dovranno buttarsi in mare dal ponte e in mondovisione si potrà assistere alla loro morte.<br />
I concorrenti sono un condannato a morte, un porno-attore, una coppia di idioti in cerca di celebrità, un malato terminale di Aids e un ragazzo pugliese, Alex, le cui motivazioni suicide sono incomprensibili. È lui a raccontarci tutta la storia. Una storia che ha trascinato la mia curiosità dall’inizio alla fine, solo per sapere chi dei concorrenti si sarebbe salvato e chi invece avrebbe dovuto spiccare il salto. Ma il plot è l’ultimo dei godimenti di questo libro. Il vero godimento è l’arsenale di fuochi d’artificio che Liviano fa esplodere letteralmente ad ogni pagina.</p>

<p><img alt="PARIS HILTON.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/PARIS HILTON.jpg" width="253" height="375" /hspace=4 vspace=2 align=left> Una delle protagoniste del romanzo è <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paris_Hilton">Paris Hilton</a>. Nessuna donna, nei secoli dei secoli, ha incarnato meglio di Paris “lo spirito dei suoi tempi”. La sua icona – che poggia su basi fragilissime – è più potente di quella di Mata Hari, della Garbo, di Marylin e di Brigitte Bardot. Tutti i maschi del pianeta sbavano per lei più o meno segretamente e più o meno pubblicamente fingono di detestarla. Il motivo è che Paris Hilton fa paura. Fa paura la sua bellezza in bilico tra una bruttezza ripugnante e uno sconvolgente erotismo. E fa paura soprattutto il sospetto che Paris abbia ragione. Il moralismo stomachevole di certi articolisti di fronte allo spettacolo di Paris che entra in galera, nasconde il terrore di ammettere a se stessi che Paris stia vivendo al meglio la propria vita. Mi domando e vi domando: cosa dovrebbe fare la fighissima rampolla ventenne di una delle famiglie più ricche del pianeta, se non divertirsi sfrenatamente accettando con filosofia la propria sfolgorante inutilità? Paris non va in Darfur a farsi fotografare con un bimbo denutrito; non gira un film indipendente in cui si fa imbruttire da tre ore di trucco per farsi dare una pacca sulle spalle dai radicals dell’Academy; non scrive canzoni sulla condizione della donna nel XXI secolo; non fa nessuna di tutte quelle cose che potrebbero farcela amare con più tranquillità, con la coscienza a posto. Esce dai taxi senza mutandine, si dilunga in effusioni finto lesbiche con Britney Spears in favore di telecamera, gira clip musicali addirittura più volgari dell’immortale video amatoriale di una sua notte di sesso.<br />
<strong>Liviano</strong>, tutto questo lo sa, e ci regala un ritratto indimenticabile di Paris, direi il suo ritratto definitivo. “E’ così magra e lunga”, scrive, “che sembra un chiodo da bara, e la sua silhouette è un parossismo d’armonia. Nel tempo libero corre in veloci auto sportive. Ha causato incidenti in stato di ubriachezza e se l’è cavata dispensando bacini volatili ai poliziotti”. </p>

<p>Nonostante i pubblici atti di modestia e le pretese di normalità, lo scrittore – se è tale – la normalità la odia e pecca costantemente di superbia. Il suo compito è di provare ad essere eccezionale. Ionesco osservava che la caratteristica della biografia degli uomini famosi è che hanno voluto essere famosi. Per gli scrittori c’è un surplus di ambizione: non cercano la fama ma la gloria. Ogni romanzo creato con vera passione aspira in maniera del tutto naturale al valore estetico duraturo. Scrivere senza tale ambizione è puro cinismo. È questa la maledizione del romanziere: la sua onestà è legata al palo infame della sua megalomania.<br />
Ora, uno scrittore che fa ballare in suo libro Celine Dion – e cioè la più melensa cantante dai tempi di Judy Garland – con Saddam Hussein – e cioè il più peloso dittatore sanguinario dai tempi di Castro quando aveva ancora folta la barba – e tutto questo in diretta televisiva durante un reality show, è sicuramente un pazzo e basta se non è un bravo scrittore; ma se invece è bravo, denota soltanto la sua megalomania che, come ho appena detto, è una forma di onestà intellettuale per ogni artista che si rispetti.<br />
<strong>Liviano</strong> è megalomane e perciò è onesto. Con questo suo <em>Andai dentro la notte illuminata</em> ha preteso di contravvenire ad una delle regole imposte dall’editoria e dalla critica più ammuffite, e cioè che non bisogna mai ambientare una storia in un paese straniero, e men che mai in America, perché all’America ci pensano – e bene – già gli americani. Se posso fare un complimento a Liviano, è questo: il suo libro sull’America sembra scritto da un americano. Il compito è riuscito.<br />
Liviano scriverà altri libri, e alcuni saranno più belli di questo; se la contingenza e la sorte lo aiuteranno, forse sarà in grado di scrivere un capolavoro. Perciò leggetevi questo suo esordio, segnatevi il suo nome e aspettatelo al varco. Ne varrà la pena.<br />
</p>]]>
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<title>Alessandro Zaccuri, Il signor figlio</title>
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<issued>2007-06-21T09:19:45Z</issued>
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<summary type="text/plain"> [Questo è il testo del mio intervento durante la presentazione del romanzo di Alessandro Zaccuri, &quot;Il signor figlio&quot;, svoltasi ieri al Mel Bookstore di Roma.] Non ho ancora accettato del tutto l’idea che Elvis sia morto e tendo a...</summary>
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<dc:subject>Saggi e interventi</dc:subject>
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<![CDATA[<p><img alt="alessandro zaccuri il signor figlio.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/alessandro zaccuri il signor figlio.jpg" width="100" height="166" /hspace=4 vspace=2 align=left> <em>[Questo è il testo del mio intervento durante la presentazione del romanzo di Alessandro Zaccuri, "Il signor figlio", svoltasi ieri  al Mel Bookstore di Roma.]</em></p>

<p><br />
Non ho ancora accettato del tutto l’idea che Elvis sia morto e tendo a dar credito alle notizie che lo vogliono rapito dai marziani o finalmente felice del proprio anonimato a svolgere il lavoro di parcheggiatore in uno scalo merci di Sacramento.<br />
Uno dei libri di Philip Roth che più amo è <em>Lo scrittore fantasma</em>, dove il giovane romanziere Nathan Zuckerman fa visita al suo maestro Lonoff e scopre che la misteriosa ragazza con cui abita e che dice di chiamarsi Amy Bellette altri non è che Anna Frank, sopravvissuta all’Olocausto e rifugiatasi in America.</p>]]>
<![CDATA[<p>Quanto a Giacomo Leopardi, sappiamo che nel 1837 era a Napoli, assieme al suo amico  Antonio Ranieri, e che forse dettò gli ultimi versi de <em>Il tramonto della luna</em> poco prima che il 14 giugno lo cogliesse un attacco d’asma fatale:</p>

<p><em>Ma la vita mortal, poi che la bella<br />
giovinezza sparì, non si colora<br />
d’altra luce giammai, né d’altra aurora.<br />
Vedova è insino al fine; ad alla notte<br />
che l’altre etadi oscura,<br />
segno poser gli Dei la sepoltura.</em></p>

<p>A Napoli imperversava il colera. Pare che il Ranieri, per impedire che il corpo del poeta fosse sepolto nella fossa comune – così come dettava la norma igienica – sottrasse il cadavere e lo fece seppellire nella chiesa di S. Vitale, presso Fuorigrotta. Oggi i suoi resti riposano in un’urna accanto a quelli di Virgilio.<br />
<strong>Alessandro Zaccuri</strong>, nel suo <strong><em>Il signor figlio</em></strong> (Mondadori 2007, p. 335, Euro 17), racconta un epilogo diverso, e per mia somma gioia, perché oggi posso includere il nome di Leopardi nell’elenco in cui sono iscritti quelli di Ettore Majorana e Federico Caffè, che se fossero vivi, avrebbero rispettivamente 101 e 93 anni. Continuo a sperare che ciò sia possibile.<br />
Secondo <strong>Zaccuri</strong>, Leopardi, con l’aiuto del Ranieri, si rifà una vita, come si suol dire. Tutti lo credono cadavere e invece lui s’imbarca per Marsiglia e da lì arriva a Londra, dove prende alloggio in una lurida soffitta e inizia ad escogitare la sua vendetta nei confronti del padre.<br />
Il conte Monaldo Leopardi era un letterato dilettante e un pessimo amministratore dei beni di famiglia. A Recanati i pantaloni li portava la moglie Adelaide. I due avevano comunque in comune l’assoluta fedeltà al regime papale e un’incrollabile fede che sconfinava nel bigottismo. Giacomo, adolescente, era invece ateo e il suo sistema di idee nettamente meccanicistico: all’uomo è impossibile conoscere la verità e la realtà è pura natura, senza luce di idealità o di provvidenzialità, in eterno e meccanico moto. Del Papa, poi, era meglio non parlargli.<br />
Quelli di Monaldo e Giacomo, ben presto, diventarono due mondi a parte. Nel vero senso della parola. Leopardi padre, infatti, era un accanito avversario del sistema copernicano, allora ancora condannato dalla Chiesa, anche se liberamente insegnato nelle scuole del Regno d’Italia, dove Napoleone aveva eliminato l’Inquisizione. È anche per questa follia geocentrica che Monaldo non iscrisse i figli alla scuola pubblica. Ma Giacomo, come sappiamo, era uno che compiva studi "matti e disperatissimi" e già a 14 anni, nel suo <em>Dialogo filosofico</em>, scriveva che </p>

<p><em>l’immortale Nicola Copernico dopo mille osservazioni e ricerche dà finalmente alla luce un sistema astronomico il quale può dirsi l’unico che atto sia a spiegare adeguatamente i fenomeni celesti.</em></p>

<p>Per tutte queste ragioni – tra mille altre – s’imponeva dunque per Giacomo Leopardi la fuga dall’orrida solitudine di Recanati e da un padre che non lo capiva. Quando nel 1832 Monaldo pubblicò un libello reazionario, <em>Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831</em>, non senza malignità lo scritto venne attribuito al figlio, che pubblicò un’energica e sprezzante smentita.<br />
Secondo la vera biografia, Giacomo tenta di scappare già a 21 anni; due anni dopo va a Roma, ma ritorna a casa presto. Riparte per Milano, poi va a Bologna, a Firenze, a Pisa. Nel 1828, senza un soldo, è di nuovo a Recanati. Nel 1833 si trasferisce definitivamente a Napoli, dove muore a 39 anni.<br />
Aveva scritto che "la morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali… Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza". Nel romanzo di <strong>Zaccuri</strong>, Leopardi ha ciò che vuole: segnatamente 67 anni, nel momento in cui leggiamo l’ultima pagina. Ne ha 4 di meno del padre quando morì nel 1847. Non sappiamo se Giacomo muore, in quell’ultima pagina. Forse sì. Forse continuerà ad invecchiare, cambierà di nuovo nome (a Londra si fa chiamare Conte Rossi), e sperimenterà la strana sensazione di un figlio-per-sempre che diventa più vecchio del proprio padre, anche se è condannato a rimanere per sempre "il signor figlio". <br />
In questo libro, tra Monaldo e Giacomo non c’è partita: vince Monaldo dieci a zero. In realtà, Giacomo finge di morire, scappa e se ne rimane rintanato per 30 anni in una soffitta londinese solo per far dispetto al padre. Per farlo soffrire ancora di più, gli gioca un tiro dei suoi: inizia a scrivergli delle sconclusionate lettere in un finto italiano stiracchiato firmandole William Bishop, giovane irlandese che attende alla stesura di un librone intitolato <em>The New Plutarchus, Being a comparizon between the Ancient Empire of Pharaos and the Modern Dominion of her Majesty the Queen of England</em>.<br />
Vale ricordare che a quattordici anni, Leopardi aveva scritto una tragedia chiamata <em>Pompeo in Egitto</em> e che nel 1822 s’era fatto beffe di critici e lettori espertissimi traducendo il <em>Martirio de’ Santi Padri</em> e facendolo passare per un volgarizzamento trecentesco. Il vero signor figlio, insomma, era sempre stato attratto dalla terra dei faraoni e dal falso letterario.<br />
E dunque il sedicente William Bishop sa che il gioco che instaura con Monaldo è rischioso, perché l’ottuso genitore conosce le inclinazioni del figlio e non ha l’anello al naso. Eppure è tale l’odio per il padre, che Giacomo Leopardi, uno dei più grandi ingegni del suo tempo, passa sette anni a "rifinire scempiaggini su geroglifici e piramidi, per paragonare il faro d’Alessandria alla Torre di Londra, per tracciare analogie tra la mirra e le birra". "Dovevo ingannarlo", dice a un certo punto. E noi lettori ci chiediamo perché.<br />
La soluzione dell’enigma, <strong>Zaccuri</strong> la nasconde in una vicenda parallela e speculare a quella di Giacomo e Monaldo. Per sbarcare il lunario, infatti, a Londra il conte Rossi impartisce lezioni di italiano a John Lockwood Kipling, il padre di Rudyard Kipling.<br />
Rudyard Kipling nacque nel 1865 a Bombay, dove il padre si era appena trasferito con la moglie Alice.  Poi, a sei anni, viene mandato a studiare in Inghilterra. A un certo punto del libro di <strong>Zaccuri</strong>, l’autore di <em>Kim</em> e del <em>Libro della giungla</em> ragiona così: </p>

<p><em>Mio padre ha creduto di salvarmi condannandomi all’esilio, a diventare uomo da solo, senza pensare che avrei potuto rimanere bambino ancora un po’. Undici anni lontano da casa, tra le nebbie della nostra bella Inghilterra. E in undici anni, l’ho visto una sola volta il Pater beneamato. Ma anch’io, in definitiva, ho obbligato il mio John ad andarsene, a vestire la divisa, a servire l’Impero. Ah, i racconti che gli scrivevo quand’era bambino. Tutti dedizione, dignità e coraggio.</em></p>

<p>È questa la tragedia di Kipling. L’uomo che scrisse <em>If</em>, una vera e propria camicia di forza per il povero suo figlio John:</p>

<p><em>Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti<br />
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;<br />
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,<br />
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,<br />
e a tener duro quando niente più resta in te<br />
tranne la volontà che ingiunge: "Tieni duro!";<br />
se riuscirai a riempire l'attimo inesorabile <br />
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,<br />
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,<br />
e - quel che è più - tu sarai un Uomo, ragazzo mio!</em></p>

<p>Quanto devono essere costati questi versi a Kipling – al conservatore e guerrafondaio Kipling, che allo scoppio della prima guerra mondiale svolge con un entusiasmo quasi fanatico i suoi compiti di corrispondente dal fronte – quanto deve averli maledetti quando il 2 ottobre del 1915 lo raggiungerà la notizia che suo figlio è morto combattendo in Francia!<br />
Ecco, è qui il fulcro del romanzo di <strong>Zaccuri</strong>. Giacomo Leopardi va incontro a un destino tragico (o perlomeno patetico) per aver tentato di contrastare la soffocante ombra paterna. John Kipling muore per aver riposto cieca fiducia negli insegnamenti di papà Rudyard.<br />
Entrambi i figli, giunto il momento fatale, sui due crinali opposti del Golgota, quelli del conflitto e della sottomissione, gridano come il Figlio sulla croce: "Padre, perché mi hai abbandonato?".<br />
Il motivo dell’imprecazione è chiaro nel caso di John. Più oscuro in quello di Giacomo. È lui, dopotutto, ad essere fuggito lontano da suo padre. Ma quando questo muore, la sorella di Giacomo spedisce una lettera che Monaldo Leopardi ha scritto al sedicente John Bishop: Il contenuto di quell’ultimo messaggio è: "<em>Farewell, my son. God bless you</em>". Addio, figlio mio, Dio ti benedica.<br />
Giacomo scopre così che suo padre aveva capito tutto; sapeva che era vivo, in Inghilterra, aveva subito smascherato le lettere di quel giovane irlandese.<br />
Perché, dunque, glielo diceva solo adesso che era morto?<br />
Nel grido disperato di Giacomo - Padre, perché mi hai abbandonato? – intravediamo il vero disegno di Giacomo: ha voluto fuggire, prendersi gioco del padre, nell’intima speranza che questi tornasse a riprenderselo, magari dicendo: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.<br />
Al di là delle contingenze storiche, il romanzo di Zaccuri è un libro sul disperato bisogno dei figli di sentirsi dire queste semplici, complicatissime, parole: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.<br />
</p>]]>
</content>
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<title>Rio - Roma 11.06.2007</title>
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<modified>2007-06-20T11:37:33Z</modified>
<issued>2007-06-20T11:06:39Z</issued>
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<summary type="text/plain">Si è svolta a Roma, l&apos;11 giugno scorso, la presentazione di Rio, sulla terrazza della Fondazione Olivetti. A presentare la serata, Carlo Carabba, Raffaele La Capria ed Emanuele Trevi. (Con mia moglie Gaia e Raffaele La Capria prima d&apos;iniziare) Qui...</summary>
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<dc:subject>Rio</dc:subject>
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<![CDATA[<p><em>Si è svolta a Roma, l'11 giugno scorso, la presentazione di <a href="http://www.perceber.com/archives/2007/02/rio.html">Rio</a>, sulla terrazza della Fondazione Olivetti. A presentare la serata, Carlo Carabba, Raffaele La Capria ed Emanuele Trevi.</em></p>

<p><img alt="PRESENTAZIONE RIO - 1.bmp" src="http://www.perceber.com/archives/PRESENTAZIONE RIO - 1.bmp" width="370" height="232" /></p>

<p>(Con mia moglie Gaia e Raffaele La Capria prima d'iniziare)</p>

<p><em>Qui di seguito riporto il testo del mio discorso alla presentazione.</em></p>

<p><br />
</p>]]>
<![CDATA[<p>Perché leggiamo? Credo che lo facciamo non tanto per istruirci o per essere migliori, ma per "potenziarci". Non possiamo conoscere che un numero insufficiente di persone, un numero limitato di città e di nazioni. La letteratura ci dà la possibilità di riempire le H, J e le K della nostra rubrica telefonica e di piantare nuove bandierine sul mappamondo.<br />
La lettura, insomma, rafforza il nostro io. E questo vale ancor di più quando invece di leggere, scriviamo.<br />
Ai più grandi tra gli scrittori l’io si gonfia così tanto da produrre miracoli. Tolstoj, ad esempio, in un momento di esaltazione mise in dubbio la propria stessa morte. Perché avrebbe dovuto morire l’autore di <em>Anna Karenina</em> e di <em>Guerra e pace</em>? Si sentiva talmente necessario da considerarsi probabilmente eterno.<br />
Agli scrittori mediocri come me certi dubbi ovviamente non vengono. Eppure anche noi nani, così come i giganti, ci sentiamo "espandere" quando scriviamo, e cioè quando creiamo dei mondi. Perché è questo che facciamo: <em>creiamo mondi</em>.<br />
Per farlo, vampirizziamo i nostri ricordi personali e pure l’esperienza dei nostri amici, parenti e conoscenti.<br />
Alle volte, così come nel mio caso in occasione di questo libro, il mondo che creiamo è piuttosto simile a quello vero; il dato autobiografico è abbastanza presente, anche se i due mondi, anche quando uno si sforzasse allo spasimo, non coincideranno mai.<br />
Io, scrivendo questo romanzo, non volevo che coincidessero. Ho voluto divertirmi immaginando un ragazzo che avrei potuto essere io <em>ma un po' diverso</em>. Mi entusiasmava l’idea di immaginare per me stesso un destino differente da quello che mi è toccato nella vita vera. Un destino peggiore.<br />
Anche perché, toccando ferro, finora il mio destino è stato felice: sono cresciuto circondato dall’amore dei miei genitori, ho una moglie meravigliosa e due splendidi figli.<br />
Piuttosto noiosa come trama per un libro.<br />
Così mi sono inventato un me stesso un poco più stronzo di quel che in realtà sono scalandoil mondo di un paio di marce in termini di cinismo e di malvagità. Volevo che il mio protagonista andasse incontro a un destino tragico. Ma per raccontare questo fallimento volevo utilizzare un registro quasi comico, da commedia, seguendo l’esempio di uno dei miei scrittori preferiti, Saul Bellow.<br />
Sapevo che facendo così avrei corso dei rischi. Il primo, e il più ovvio, è quello di non far ridere. Tutti noi abbiamo provato come ci si sente quando si racconta una barzelletta e nessuno ride. È l’incubo peggiore per un comico. Ma anche se fossi riuscito a essere comicamente credibile, sapevo come in Italia tutti i libri che puzzano di commedia e che fanno ridere siano guardati con sospetto. Molti dei nostri critici letterari assomigliano a quel monaco bibliotecario de Il nome della rosa che avvelena le pagine del secondo libro della <em>Poetica</em> di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso, perché potrebbe insegnare che “liberarsi della paura del diavolo è sapienza”.<br />
Un altro rischio era quello di inserire nel libro dei personaggi ricchi, perché esiste un pregiudizio critico nei confronti dei soldi, che, come si sa, puzzano ed è volgare parlarne. Eppure, di solito, sono il movente principale dell’amore e dell’odio, della felicità e del delitto; insomma della commedia e della tragedia. Sottraete 3000 rubli da <em>I Fratelli Karamazov</em> e vi ritroverete senza il più grande romanzo che sia mai stato scritto.<br />
La verità è che il romanzo è l’arte della prosa, nel senso di "prosaico". Lo scrittore di romanzi deve continuamente sporcarsi le mani. A Omero non viene in mente di chiedersi se, ad esempio, dopo uno dei loro numerosi scontri, Aiace e Achille abbiano ancora tutti i denti. Per Don Chisciotte e Sancho, invece, i denti sono un assillo costante, i denti che fanno male, i denti che mancano. A un certo punto Don Chisciotte dice: “Sappi, Sancho, che un diamante non è prezioso quanto un dente”.<br />
Potrebbe essere la regola aurea per gli scrittori di romanzi. </p>]]>
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<title>Come un killer sotto il sole - 1</title>
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<dc:subject>Come un killer sotto il sole</dc:subject>
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<![CDATA[<p><img alt="SPRINGSTEEN - Teaser 1.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/SPRINGSTEEN - Teaser 1.jpg" width="463" height="414" /><br />
</p>]]>

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<title>Saul Bellow e il romanzo delle idee</title>
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<summary type="text/plain"> [Questo mio articolo, scritto in occasione dell&apos;uscita del primo Meridiano dedicato a Saul Bellow, è stato pubblicato su Il Giornale il 9 giugno 2007.] Abraham Belo abitava a San Pietroburgo, dove si guadagnava da vivere importando fichi dalla Turchia...</summary>
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<dc:subject>La letteratura americana</dc:subject>
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<![CDATA[<p><img alt="saul bellow.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/saul bellow.jpg" width="161" height="225" /hspace=4 vspace=2 align=left> <em>[Questo mio articolo, scritto in occasione dell'uscita del primo Meridiano dedicato a Saul Bellow, è stato pubblicato su <a href="http://www.ilgiornale.it">Il Giornale</a> il 9 giugno 2007.]</em></p>

<p>Abraham Belo abitava a San Pietroburgo, dove si guadagnava da vivere importando fichi dalla Turchia e cipolle dall’Egitto. Nel 1913 sbarcò in Canada assieme alla moglie e si stabilì a Lachine. Due anni dopo nacqe Solomon, Solomon Belo: l’uomo che si cambierà il nome in Saul Bellow, l’uomo che vorrà scrivere in inglese e che va ad insegnare a Princeton, dove le mogli dei professori fanno la spesa in tenuta da tennis o da equitazione – il regno del conformismo WASP, pieno di umanisti dalle scarpe di camoscio che si divertono a fare battute antisemite. Nei dipartimenti di anglistica, il giovane Saul viene guardato dall’alto in basso in virtù di una consolidata pratica discriminatoria che alligna anche tra gli scrittori modernisti: T.S. Eliot erige un monumento di ostilità nei confronti degli ebrei nel suo <em>After strange Gods</em>; Henry James disprezza pubblicamente gli immigrati del Lower East Side e Ezra Pound, nei <em>Cantos</em>, fa lunghe tirate contro gli ebrei usurai. Ma la tenacia, l’ambizione e il talento di Saul Bellow sono indistruttibili e nel 1953 l’incipit del suo romanzo <em>Le avventure di Augie March </em>chiude per sempre in un sarcofago il libro dell’Esodo a stelle e strisce. Augie March, infatti, esordisce così: “Sono americano, nato a Chicago”, rivendicando l’emancipazione dalla propria matrice ebraica. È inaudito che un ebreo accantoni l’yiddish e si permetta di scrivere in inglese; ed è un inglese che farà mangiare il cappello ai tanti Rockerduk di Princeton e della Northwestern, zeppo com’è di allusioni a Omero e a Shakespeare, di echi di Dickens, Balzac, Tolstoj e soprattutto di Joyce. </p>]]>
<![CDATA[<p>È proprio alla Dublino di quest’ultimo che Bellow tenta di rifarsi quando vuole far rivivere sulla pagina la sua Chicago: “Applicava al rognone di maiale, alle latrine e ai funerali di Dublino una lingua della potenza miltoniana che mescola eleganza e voci della strada, canzonette popolari, oscenità, slogan pubblicitari e risonanze omeriche, poesia e stupidaggini, alto e basso”, dice Bellow dell’irlandese. Ma è come se stesse parlando di se stesso.<br />
Con <em>Le avventure di Augie March</em>, Bellow dà corpo all’idea che la narrativa sia una forma più elevata di autobiografia. E lo fa dicendo due bugie nello spazio di cinque parole. Avrebbe dovuto scrivere, infatti: “Sono canadese, nato a Montreal”. Però non sarebbe stato “vero”: il fatto è che Bellow non scrive di sé ma delle sue versioni idealizzate. Basti un dato: Bellow era basso di statura – poco più di un metro e sessanta –, eppure non è difficile rintracciarlo sotto le maschere di alcuni suoi personaggi giganteschi (nel senso longitudinale del termine), quali Artur Sammler, Eugene Henderson e il professor Corde. Il piccolo ebreo che vuole scappare dal ghetto diventa alto e americano. Ma il Paradiso è perduto. In tutti i romanzi di Bellow, solo i padri e le madri lasciati alle spalle hanno un cuore: i figli devono farsi largo in un mondo che non è il loro. La città (Chicago o New York) è descritta con tratti iperrealistici: vertiginosa, magnetica, affascinante ma irrimediabilmente fredda, come se si trattasse di un altro pianeta. L’intero <em>opus</em> bellowiano è dedicato alla lotta titanica dell’ebreo che cerca di assimilarsi a un universo misterioso e ostile, governato da regole oscure. <br />
In Bellow non c’è mai azione drammatica: tutti i suoi libri sono (ri)costruzioni dei processi mentali dei loro protagonisti. Non è questione di <em>stream of consciousness</em> joyciano. L’ebreo che va pellegrino nel mondo crede – così come da tradizione ebraica – che la salvezza può arrivare soltanto dal “pensare bene”, ovvero dall’arrivare alla radice delle cose. Il pensiero è l’unica forma di virtù. I romanzi maggiori di Bellow – <em>Herzog</em>, <em>Il dono di Humboldt</em>, <em>Il pianeta di Artur Sammler</em>, <em>Ravelstein</em> – sono cunicoli costruiti per accedere nel luogo dove si formano le idee di Moses Herzog, di Charlie Citrine, di Artur Sammler, di Abe Ravelstein, tutta gente il cui unico scopo è quello di evolversi intellettualmente per raggiungere la capacità di esprimere le “giuste opinioni” sulle cose del mondo. Il resto è contorno. Gli intellettuali, nei libri di Bellow, sono quelli che hanno sempre idee sbagliate; mentre le donne e i personaggi della strada (come il gangster Cantabile ne <em>Il dono di Humboldt</em>) sono degli inconsapevoli “maestri di realtà” da cui prendere spunto: cavie da studiare, di cui servirsi. L’amore, però, è un’altra cosa… La trama di <em>Herzog</em>, ad esempio, può essere riassunta così: è la storia di una cornificazione. Ma non è che un pretesto: ciò che conta è Moses Herzog, sull’orlo di un esaurimento nervoso, che sopraffatto dal bisogno di sfogarsi, di giustificare, di sistemare in prospettiva, di fare ammenda, decide di scrivere lettere polemiche “a chiunque sotto il sole”: giornali, politici, amici, parenti, e alla fine pure ai morti.<br />
Bellow è il campione della digressione. I suoi romanzi sono slabbrati, fanno acqua da tutte le parti, sembra sempre che non stiano su insieme. Il suo ultimo grande libro, <em>Ravelstein</em>, inizia addirittura con una specie di lunga nota a piè di pagina. L’autobiografismo è nelle idee. Per questo Bellow – l’effervescente Bellow, il comico e leggero Bellow – è il più politico degli scrittori americani. Dapprima è stato un radicale di sinistra che frequentava la “Partisan Review”; poi un reazionario che nel ’68 a San Francisco, durante un dibattito, venne così apostrofato da uno studente: “Sei un conformista del cazzo. Uno stronzo. Sei vecchio, Bellow. Non hai le palle”. Si stava discutendo sulla distinzione operata dal drammaturgo afroamericano LeRoi James tra arte dei neri e arte dei bianchi. Una cosa che mandò Bellow fuori di testa. La risposta fu: “Va bene, scegliamo una signorina tra il pubblico per una seduta di prova e poi ne riparliamo”. Non proprio adatta in tempi di femminismo. E poi: “Non si fondano le università per distruggere la cultura. Per quello si chiamano i nazisti”. In quegli anni, Bellow divenne un facile bersaglio per quella che definì una “generazione narcotizzata e infiorata”. E lui non faceva niente per schivare le pallottole: “Il fior fiore del mondo artistico si liscia le penne”, scriveva, “perfino i malati e i prossimi a morire bevono gin al sole e chiacchierano di riformismo o rivoluzione, di anarchia, di guerriglia urbana, di attivismo… innalzando palazzi imponenti su fondamenti di infelicità personale”. Una volta esplose con una sua studente femminista: “Macchè liberazione delle donne! Voglio vedervi da qui a dieci anni: l’unica conquista del vostro movimento saranno i seni cascanti!”. L’ebreo che un tempo partì “come Colombo alla scoperta dell’America” ne stava diventando il suo polemico censore, così come apparve chiaro quando uscì <em>Il pianeta di Artur Sammler</em>, un libro volto deliberatamente, come osservò il critico Joseph Epstein, “a offendere intere categorie del pubblico dei lettori oltre che la maggior parte di coloro che scrivono di libri”.<br />
Incredibilmente – vista l’ottusità che regna a Stoccolma – nel 1976 a Bellow diedero il Nobel. Nel suo discorso di ringraziamento, polemizzò con Robe-Grillet secondo il quale nelle grandi opere contemporanee non ci sono più personaggi, perché non è più importante avere un nome e un carattere così come lo era ai tempi della borghesia di Balzac. “Eppure”, disse Bellow, “io non mi stanco mai di leggere i grandi romanzieri. È possibile che i personaggi tanto vividi dei loro libri siano morti? È possibile che gli esseri umani siano finiti? L’individualità dipende veramente così tanto dalle condizioni storiche e culturali? Dobbiamo proprio accettare la spiegazione che di quelle condizioni danno tanto autorevolmente scrittori e psicologi?”. La risposta è no: “Non dobbiamo permettere che gli intellettuali diventino i nostri boss!... Un romanzo ci promette un significato, l’armonia, persino la giustizia. Quanto diceva Conrad era vero: l’arte cerca di trovare l’universo, nella materia nonché nei fatti della vita; ciò che vi è di fondamentale, durevole ed essenziale”.<br />
</p>]]>
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<title>La leggenda dei Velvet Underground</title>
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<modified>2007-06-01T11:02:44Z</modified>
<issued>2007-06-01T08:58:28Z</issued>
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<summary type="text/plain">[Quarant&apos;anni fa veniva pubblicato &quot;The Velvet Underground &amp; Nico&quot;, l&apos;album d&apos;esordio della band di Lou Reed. &quot;Vanity Fair&quot; mi ha chiesto di scriverne. L&apos;articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2007. lc] Fiori nei cannoni e frustini negli stivali Giugno...</summary>
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<name>Leonardo Colombati</name>
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<dc:subject>Saggi e interventi</dc:subject>
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<![CDATA[<p><em>[Quarant'anni fa veniva pubblicato "The Velvet Underground & Nico", l'album d'esordio della band di Lou Reed. "Vanity Fair" mi ha chiesto di scriverne. L'articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2007. lc]</em></p>

<p><img alt="vu3.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/vu3.jpg" width="472" height="472" /></p>

<p><strong>Fiori nei cannoni e frustini negli stivali</strong><br />
Giugno 1967. Inizia a San Francisco quella che passerà alla storia come l’Estate dell’Amore, mesi caldissimi e felici di Controcultura e Living Theater, mandala e acidi lisergici, trascorsi a mandar giù a memoria il <em>Libro Tibetano dei Morti</em> e a sognare su un tappeto di note lente e scivolose, di suoni modali e di melodie rallentate. I fricchettoni della baia si radunano in massa ai concerti dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane; poi tornano a casa e lasciano sfrigolare sotto la puntina dei loro giradischi un album in cui il più famoso gruppo musicale di sempre è riuscito a rinchiudere tutti i profumi di quella stagione mitizzata: vaudeville e sitar indiani, <em>Alice nel Paese delle Meraviglie</em> e l’Esercito della Salvezza, cornflakes della Kellogg’s e spettacoli circensi, e poi cieli di marmellata, ragazze con occhi caleidoscopici, fiori di cellofan, taxi di giornale e facchini di plastilina con cravatte di specchio…</p>]]>
<![CDATA[<p>Sono trascorsi quarant’anni, e ancora celebriamo <a href="http://www.stevesbeatles.com/cds/album-covers/sgt_pepper.jpg">SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND</a> dei Beatles come l’opera rock definitiva, dimenticandoci che mentre ad Haight Ashbury e a Carnaby Street la Gioventù Bellissima ascoltava Dark star e A day in the life avvolta in screziati <em>courdoroys</em>, sulla costa orientale degli Stati Uniti, più precisamente a New York, stava già circolando da qualche tempo una nuova idea: fare musica che non fosse più intrattenimento ma arte pura. Un’idea che s’incarnò in un 33 giri con la copertina bianca su cui spiccava una banana gialla e una firma, quella di Andy Warhol. Stiamo parlando di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/The_Velvet_Underground_&_Nico">THE VELVET UNDERGOUND & NICO</a>, la vera Shangri-La per una nutrita schiera di coloro che credono che Ray Charles sia degno di Sibelius e che <em>Johnny B. Goode</em> valga tutto <em>Il flauto magico</em>.</p>

<p><img alt="vu2.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/vu2.jpg" width="473" height="323" /></p>

<p><strong>I sotterranei di New York</strong><br />
L’humus di questa rivoluzione sotterranea era l’anarchia che dilagava nel mondo intellettuale della Grande Mela: si reagiva alla società tecnologica con l’irrazionalismo, alla dogmatica <em>american way of life</em> con il sarcasmo, alle accademie con l’aggressione verbale. Una razza <em>bohemien</em> allo sbaraglio aveva già eletto i suoi guru: c’era la frangia militante del movimento, rappresentata dai due mestatori pubblici  Jerry Rubin e Abbie Hoffmann; ma si dava credito anche ad alcuni “grandi vecchi”, come Allen Ginsberg e Andy Warhol.  Quest’ultimo – grande intercettatore di tendenze – capisce che quel crogiuolo indistinto di donne e uomini post-beat ha bisogno di una musica che riesca nello stesso tempo a rappresentare e a stimolare l’umore alienato del sottosuolo newyorkese; un fenomeno che non deve essere né discografico né giovanile, ma frutto della cultura alternativa, e come tale fuori dal business, dal costume e dall’estetica imperante. Al Café Wha?, nel cuore del Village, Warhol trova quello che sta cercando: sul palco quattro ragazzi magri e perversi, rivestiti di cuoio nero, stanno per essere cacciati dal proprietario del locale. Hanno appena iniziato a suonare una canzone intitolata <em>Heroin</em>. Uno spilungone coi capelli a paggetto inizia a far vibrare una viola elettrica, mentre una ragazza-moscerino percuote due tamburi a mani nude e il cantante s’avvicina al microfono: </p>

<p><em>Non so nemmeno dove sto andando, <br />
ma proverò a raggiungere il Cielo, se ci riesco, <br />
perché mi fa sentire come un uomo <br />
quando mi metto una ago nella vena.</em> </p>

<p>Al proprietario del locale quei quattro iniziano ad andare di traverso. C’è un parlottare sotto il palco, volano minacce: “Un’altra così e avete chiuso”. Il cantante sorride angelico. La viola elettrica riprende il suo lamento. Ecco un’altra strana canzoncina, <em>Venus in furs</em>: questa volta si parla di fruste e di stivali di cuoio. Il gruppo viene cacciato a pedate. Ma Warhol è estasiato e invita i quattro nella sua Factory. È l’inizio della storia unica dei Velvet Underground: Lou Reed, il cantante, chitarra solista e leader; John Cale, l’intellettuale gallese, il bassista che suona la viola elettrica; Sterling Morrison, alla chitarra ritmica; e Maureen Tucker, la minuta percussionista. </p>

<p><img alt="vu1a.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/vu1a.jpg" width="238" height="241" /></p>

<p><strong>Exploding Plastic Inevitabile</strong><br />
Su uno schermo enorme una signora, che alla fine risulta essere un uomo, sta mangiando una banana matura. Ha una cuffia bianca in testa. Su un secondo schermo un uomo sorridente sta sgranocchiando delle noccioline e sputa i gusci. Su un altro schermo ancora, posto in mezzo agli altri due, qualcuno è stato legato a una sedia e gli stanno infilando sigarette nel naso, gli avvolgono cinture intorno al collo e gli premono una maschera di cuoio sulla faccia. I tre film si chiamano <em>Harlot</em>, <em>Eat</em> e <em>Vynil</em> e il loro artefice è Andy Warhol, che siede quieto in balconata e muove un proiettore ad illuminare il poeta Gerard Malanga che sta danzando con una ragazza: ora impugna una frusta e percuote le assi del palcoscenico, poi si ricopre di vernice gialla, afferra due faretti e tenendoseli sui fianchi affonda sciabolate di luce nella platea. Sul soffitto e i muri di specchio del Balloon Farm lampeggiano miriadi di lampadine; cascate di scintille multicolori si riversano sulla platea e le luci stroboscopiche  rallentano sinistramente i movimenti degli spettatori, mentre le sagome dei Velvet Underground, nere contro lo schermo, violentano gli strumenti producendo un unico brano di un’ora. Andy osserva tutto dall’alto e dichiara ai giornalisti accorsi per l’evento che è finito il periodo dei fiori fosforescenti e delle confezioni di minestra criptiche. Ora è tutto rock ‘n’ roll. “È sgradevole”, dice. “Molto sgradevole questo complesso di cose. Ma è stupendo. Guardalo nel suo insieme – i Velvet che suonano e Gerard che balla e i film, e la luce, ed è magnifico. Molto plastico. Molto bello”.<br />
Lo spettacolo si chiama Exploding Plastic Inevitabile e una delle star è una <em>chanteuse</em> di nome Nico: fisico asciutto da valchiria, capelli biondissimi, viso dai lineamenti perfetti, e una voce cavernosa che tradisce l’accento teutonico. Canta un brano che Lou Reed ha scritto appositamente per lei: </p>

<p><em>Io sarò il tuo specchio,<br />
rifletterò quel che sei<br />
nel caso tu non lo sappia.</em></p>

<p>Il suo vero nome è Christa Paffgen e nessuno sa precisamente da dove venga (Colonia o Budapest?) né quando sia nata. Dicono che il padre sia morto in un campo di concentramento e che lei sia cresciuta nella zona americana della Berlino post-bellica. Alcuni se la ricordano per una particina nella <em>Dolce vita</em> di Fellini. Di sicuro ha avuto un figlio da Alain Delon e ha già fatto girare la testa a diverse leggende, tra cui Jim Morrison, Bob Dylan (che le dedica – pare – la sua <em>Visions of Johanna</em>) e un giovanissimo Jackson Browne. I due leader dei Velvet, Lou Reed e John Cale, litigheranno per lei e il gruppo si sfalderà come neve al sole forse proprio in virtù della sua accecante bellezza. Per adesso, comunque, Nico è l’elemento scenico che mancava ai quattro ragazzacci che si sono messi in testa di fare gli “artisti” e non semplicemente i rockers. Già per merito di Bob Dylan, dieci anni dopo gli ancheggiamenti di Elvis all’Ed Sullivan Show, il rock riesce a smuovere le menti oltre ai fianchi. I Velvet si spingono oltre: il risultato è una miscela irripetibile in cui si coniugano testi raffinati e argomenti truci, musica colta e quel sound rozzo che influenzerà il punk dopo un decennio e il grunge negli anni Novanta. Quando ascoltiamo i versi sado-maso di  <em>Venus in furs</em>, la musica è sado-maso. La cronaca di un “viaggio” disperato in <em>Heroin</em> ha nella schizofrenica viola elettrica di sottofondo e nel battito convulso dei tamburi un riverbero perfetto. La musica dice esattamente quello che spiegano le parole:</p>

<p><em>Ho preso la grande decisione:<br />
cercherò di annullare la mia vita,<br />
perché quando il sangue comincia a scorrere,<br />
quando schizza su per la siringa,<br />
quando sono a un battito di ciglia dalla morte,<br />
non ci si può fare proprio niente, ragazzi…</em></p>

<p><img alt="vu1.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/vu1.jpg" width="398" height="331" /></p>

<p><strong>New York Stories</strong><br />
THE VELVET UNDERGROUND & NICO viene registrato nel 1966, ma esce un anno dopo. È una coincidenza, ma è anche un segno del destino: al fantastico mondo colorato di SGT. PEPPER fa da contraltare la cruda New York in bianco e nero dove Lou Reed aspetta il suo spacciatore con “26 dollari in mano, / al 125 di Lexington”, “sporco e malato, / più morto che vivo” (<em>I’m Waitin’ For The Man</em>), mentre in All Tomorrow’s Parties Nico canta:</p>

<p><em>Quale  vestito indosserà la povera ragazza in tutte le feste di domani?<br />
Perché la Figlia del Giovedì è la Buffona della Domenica,<br />
per cui nessuno si metterà in lutto. Un sudario annerito, <br />
una gonna di seconda mano di stracci e sete, un costume adatto <br />
a chi si siede e piange per tutte le feste di domani.</em></p>

<p>Il fallimento commerciale è completo. Nel 1970 i Velvet si sciolgono, dopo avere inciso quattro album, nessuno dei quali è riuscito a raggiungere la Top 100. L’insuccesso dell’epoca e l’incredibile influenza che il gruppo avrà su tutta la musica dei successivi quarant’anni sono entrambi giustificabili: troppo avanti rispetto ai loro tempi per poter sfondare, oggetto di culto per pochi adepti, i Velvet hanno fatto crescere il rock a livello qualitativo come nessuno mai prima o dopo. Secondo Brian Eno, “difficilmente qualcuno comprava i dischi dei Velvet quando uscivano, ma quei pochi che l’hanno fatto hanno tutti cercato di formare una band per suonare qualcosa di simile”. Tra quei pochi ci sono stati David Bowie, Patti Smith, gli Stooges, i Roxy Music, le New York Dolls, i Ramones, i Television, i Talking Heads, i Joy Division, i R.E.M., i Dream Syndicate, i Pretenders, i Waterboys, Henry Rollins, i Pixies, i Sonic Youth, i Nirvana e gli Strokes, in una catena ininterrotta che arriva fino ai giorni nostri.<br />
I Velvet Underground sono stati il primo gruppo rock d’avanguardia, e il più grande di sempre. Erano all’avanguardia nel senso letterale del termine: si addentravano in lande fino ad allora inesplorate. Le loro canzoni non soltanto suonavano diverse da qualsiasi cosa si fosse sentita in precedenza, ma esprimevano anche sentimenti e atteggiamenti, narravano esperienze inedite nella musica rock. Portarono la loro sperimentazione fino al limite estremo oltre il quale si perdono coscienza e controllo, combinando poesia e cattivo gusto, primitivismo e raffinatezza, delicatezza e violenza – e così facendo gettarono di fatto le fondamenta di una nuova età del rock. Avrebbero influenzato come nessuno le generazioni seguenti, ma non la propria: non era certo quello il periodo in cui poteva essere ascoltato un gruppo che cantava di eroina, di travestiti, di omosessuali e di sadomasochismo. Erano cinici in un’epoca in cui l’ingenuità e l’innocenza erano ritenute virtù, individualisti quando l’ideale supremo era la comunità, realisti quando gli hippies pensavano che la realtà fosse un sipario e che se ci si fosse seduti tutti quanti per terra tenendosi per mano si sarebbe potuto spostare il pianeta.<br />
Mentre i Beatles intonavano in mondovisione <em>All You Need Is Love</em>, i Velvet ammonivano sinistramente: “Attento, il mondo è alle tue spalle”.</p>

<p><img alt="vu7.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/vu7.jpg" width="396" height="285" /></p>

<p><br />
</p>]]>
</content>
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<title>Shangri-La</title>
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<issued>2007-05-15T08:40:21Z</issued>
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<summary type="text/plain"> [Questo mio racconto è stato pubblicato, in forma diversa, su Nuovi Argomenti n. 38, con il titolo &quot;L&apos;Uomo dell&apos;Acqua&quot;] Salimbene da Parma racconta che Federico II volle sperimentare quale lingua e idioma avessero i bambini, arrivando all’adolescenza, senza aver...</summary>
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<name>Leonardo Colombati</name>
<url>http://www.medicine-show.net</url>
<email>leo.colombati@flashnet.it</email>
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<dc:subject>Racconti</dc:subject>
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<![CDATA[<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 01.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 01.jpg" width="454" height="643" /></p>

<p><em>[Questo mio racconto è stato pubblicato, in forma diversa, su <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2007/05/nuovi_argomenti.html">Nuovi Argomenti n. 38</a>, con il titolo "L'Uomo dell'Acqua"]</em></p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 02 mappa Nigeria.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/COLOMBATI Shangri-La 02 mappa Nigeria.jpg" width="250" height="200" /></p>

<p><br />
<img alt="COLOMBATI Shangri-La titolo.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La titolo.jpg" width="142" height="46" /></p>

<p><em>Salimbene da Parma racconta che Federico II <br />
volle sperimentare quale lingua e idioma avessero <br />
i bambini, arrivando all’adolescenza, senza aver <br />
mai potuto parlare con nessuno. E perciò diede ordine <br />
alle balie e alle nutrici di dar latte agli infanti <br />
e con la proibizione di parlargli. Voleva infatti <br />
conoscere se parlassero la lingua ebrea, che fu la prima, <br />
oppure la greca o la latina, o l’arabica; o se non <br />
parlassero sempre la lingua dei propri genitori, <br />
da cui erano nati. Ma s’affaticò senza risultato, <br />
perché i bambini morivano tutti.</em></p>

<p><br />
<strong>1.</strong></p>

<p>Terzo giorno in Nigeria. La piscina dell’Ikoyi Hotel coi cadaveri degli insetti che galleggiano a pelo d’acqua riflette il cielo solcato da fuochi d’oro. Dalla finestra della mia camera, quassù al dodicesimo piano, seguo il serpente d’asfalto che da Lagos Island arriva fino a Yaba attraversando la laguna e le lamiere arrugginite degli <em>slums</em> che cuociono sotto il sole. Dalle baracche di cartone migliaia di comignoli affumicano l’aria; un formicaio di pescatori in canoa bru-lica sul pelo di un’acqua scura e viscida come il petrolio. Alcuni tronchi d’albero che dovrebbero arrivare fino alle segherie si ammassano contro i piloni del ponte, e i topi ci ballano sopra: dalle loro vibrisse cadono gocce d’olio nero (quando li ho visti dal moto-taxi ho pensato subito ai Mouseketeers che a Disneyland nel ‘55 danzavano coi loro copricapo con le orecchie tonde). Dietro le segherie, il fronte del porto, con quello che resta dei vecchi mercati; e ancora più distante, la sagoma sgranata dell’ospedale militare.<br />
Lunedì sono arrivato in albergo direttamente dall’aeroporto e ho chiesto una bottiglia di vodka e una puttana. Poi sono sceso al ristornate cinese e ho passeggiato per una mezz’ora tra le slot machines del casinò, senza spendere un dollaro. La morte dei sensi mi è ormai familiare, come un cuscino appiattito dall’uso.</p>]]>
<![CDATA[<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 04 Third Mainland Bridge.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 04 Third Mainland Bridge.jpg" width="200" height="150" /></p>

<p>Stamattina, gli ingegneri della Salt Lake Inc. mi hanno portato a Ebute-Metta, dall’altra parte del ponte. È lì che dovrà passare l’acquedotto. L’ingegnere somalo, in auto, mi ha detto: “Non si spaventi”. Mentre attraversavamo il Third Mainland Bridge guardavo le baracche provando a indovinare quale fosse quella della mia piccola puttana. La mia camera d’albergo costa 285 dollari.<br />
Il cielo era ancora di quell’incredibile grigio. L’auto si è fermata in cima a una massicciata, a pochi passi dalla laguna. Centinaia di persone facevano la fila davanti a due pozzi profondi una trentina di metri e per cinque cents riempivano le loro taniche di acqua contaminata. L’altro ingegnere – bianco, sudafricano – voleva sapere dove fossi nato. Ho fatto finta di non capire e ho lasciato che il mio collega americano gli chiedesse se lo spettacolo che avevamo di fronte fosse normale: due uomini stavano cagando per terra, a due passi da noi. “Solo quattro abitanti su mille hanno il cesso in questa città”, gli ho risposto. Poi gli ho offerto un tiro: “Marijuana. Qui la chiamano India Hemp”.<br />
Sulla via del ritorno, mi sono seduto accanto all’autista. Si chiama Omojoro e ha cinquantadue anni. Sulle guance porta le cicatrici tribali. Mi ha raccontato di essere arrivato a Lagos quando era ancora un bambino. Ci siamo guardati negli occhi per un istante brevissimo, mentre l’auto era ferma per far passare un convoglio diretto ai mulini. Le sue pupille scattavano come stelle dal vuoto delle orbite.<br />
La colpa è più forte di me e sconfigge la mia volontà.</p>

<p><br />
<strong>2.</strong></p>

<p>È scesa la notte – un’altra volta – su questa merda. E io sono solo. <br />
Adesso ricordo.<br />
Sono seduto sulla moquette, davanti al televisore, pronto a collegarmi con l’ultima Shangri-La americana; o – come ha detto il suo fondatore – il posto più felice della Terra. Ho dieci anni, dei nuovi bermuda color cachi, bevo succo d’arancia e odio mio padre. È il 17 luglio 1955 ed io non sono ad Anaheim, California, così come mi era stato promesso, ma nell’attico di una casa di mattoni all’angolo tra Lexington e la 54ma.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 05 Walt Disney a Disneyland nel 1955.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 05 Walt Disney a Disneyland nel 1955.jpg" width="198" height="160" /></p>

<p>Il passato è qualcosa d’inverosimile. Tutti gli avvenimenti che nella memoria producono ancora sorpresa, spavento, disordine, appartengono al tempo presente.<br />
Mia madre si accovaccia alle mie spalle e mi accarezza i capelli: “Ci andremo l’anno prossimo”. Poi saluta allegra con la mano. Sulla porta è apparsa una donna-pesce vestita tutta d’oro. E con lei mia madre prende a chiacchierare di una soprano di molti anni addietro, una certa Adelina Patti che quando ascoltò per la prima volta la sua voce uscire da un grammofono si esaltò talmente da inviar baci alla tromba dell’apparecchio. “Gridava: <em>Ah, Mon Dieu! Adesso capisco perché sono Patti! Ah, sì, la voce! Che artista! Capisco tutto!</em>”.<br />
Quando ride, alla donna-pesce le si allargano sul viso sottilissime rughe concentriche, come se qualcuno le avesse tirato un sasso dentro lo stagno della bocca.<br />
Poi rimaniamo soli. È l’ora di pranzo. Mio padre mastica piano e fissa qualcosa sulla parete alle mie spalle. Ogni tanto si pulisce la bocca col tovagliolo e nel compiere quel gesto fa tintinnare le posate sul piatto. È il momento – mi sembra – in cui mia madre vorrebbe urlare, urlare istericamente così come la sua infelicità e la sua posizione sociale le permetterebbero senz’altro, se solo non ci fossi io, io che conto i minuti e mi sbrigo a finire la bistecca col ketchup.<br />
“Perché mi guardi così?”, chiede mio padre a mia madre. “Che c’è?”, dice, e posa di nuovo le posate sul piatto. E lei, la mamma, vorrebbe gridare, come se una folla inferocita la stesse serrando tra le sue spire; ma la voce le muore in gola. Resta immobile, col bicchiere a mezz’aria; solo sbatte le palpebre, automaticamente, per scansare (ma non può) quel velo grigio che da due anni ha davanti all’occhio sinistro.<br />
“Tu lo sai…”, bisbiglia, e nel farlo inclina un poco la testa.<br />
L’occhio grigio della mamma si faceva vicino quando insieme aprivamo i miei libri di scuola. Le piaceva soprattutto aiutarmi a trovare i nomi sull’atlante geografico. “Oh, tesoro”, diceva, “ma pensa un po’: un lago che si chiama Titicaca. Esiste davvero, in qualche parte del mondo”.</p>

<p><br />
<strong>3.</strong></p>

<p>Mi hanno detto che uscire dall’albergo, di notte, equivale a una condanna a morte. La Nigeria è adatta al viaggiatore ascetico o a quello irriducibilmente masochista. <br />
Fuori dall’Ikoyi Hotel, la luna è un osso giallo appeso in fondo alla Awolowo Road. Nella sua nebulosa immobilità, l’aria è come scossa da un frullare d’ali e i colori danno l’impressione di essere dipinti. Un gruppo di negri, davanti a un fast-food libanese sull’altro lato della strada, mi saluta a gran voce – probabilmente per deridermi. Uno di loro, il più alto, sputa un boccone di <em>falafel</em> e inizia a fischiarmi dietro, mentre accelero il passo. Ripenso alla notizia che ho letto sul giornale, questa mattina: settanta persone sono morte carbonizzate nell’incendio di un’autocisterna da cui stavano rubando il carico di carburante. È successo a Gusau, nel nord del Paese. Vorrei vederli tutti così: bruciati vivi in un unico, definitivo incendio.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 06 Oleodotto in fiamme a Gusau.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 06 Oleodotto in fiamme a Gusau.jpg" width="200" height="118" /></p>

<p>Quando entro al Santa Fe Saloon, un uomo seduto da solo a un tavolo al centro della sala mi grida: “Mister!”. Abbasso gli occhi, facendo finta di non aver sentito e vado a sistemarmi in un angolo. Ma quello si alza, mi raggiunge e mi chiede – in inglese – se può farmi compagnia. Accetto.<br />
“Italiano?”<br />
“Sì.”<br />
“Il primo italiano che vedo qui dentro da quindici anni a questa parte”, dice ridendo. E nel farlo, gli ballano le massicce borse che ha sotto gli occhietti – sospettosi, sarcastici – e il grosso pomo d’Adamo che gli conferisce un aspetto di ripugnante sensualità. Si presenta come Andrew Haynes, di Ipswich. Lavora per la Equator Exploration, una società inglese che è proprietaria della piattaforma petrolifera Bulford Dolphin. </p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 07 Bulford Dolphin.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 07 Bulford Dolphin.jpg" width="199" height="190" /></p>

<p>“È a quaranta miglia dalla costa, al largo del delta del Niger. Ci vado quattro volte all’anno, per i controlli. In realtà è tutto gestito dalla Peak Petroleum, che è nigeriana. E poi abbiamo già venduto tutto ai norvegesi. Non dovrò più tornare in questo posto del cazzo”.<br />
Una cameriera ci porta una piccola lavagna su cui è scritto il menù. A dispetto del nome, al Santa Fe Saloon servono solo specialità italiane. Ordiniamo entrambi una pizza mentre gli racconto del mio lavoro con la Salt Lake. Ma Haynes non sembra troppo interessato e m’interrompe subito: “Hai saputo?”, dice. “La polizia ha ucciso tre tifosi durante una partita tra l’Enyimba e l’Akwa United, due squadre della prima divisione nigeriana. Pa-re che quelli dell’Enyimba abbiano aggredito l’arbitro dopo un rigore molto contestato…”.<br />
“Non sono un appassionato di calcio”, gli dico.<br />
“E che razza di italiano sei?”<br />
“È più di quarant’anni che vivo negli Stati Uniti”.</p>

<p><br />
<strong>4.</strong></p>

<p>Possiamo decidere come vivere la nostra vita. Ma Dio attribuisce a pochi la virtù del coraggio. Ma vi sono, curiosamente vi sono ragioni più impellenti della paura. Ma, per quanto sia indomabile uno spirito, rimane – interna, impalpabile – un’ombra che realizza il rimorso soltanto.<br />
Per il mio decimo compleanno, il regalo fu l’America. Mio padre era ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, e trascorreva quasi tutto l’anno laggiù. Non avevo mai visto la sua casa newyorkese. Erano tempi in cui si viaggiava ancora a bordo di aerei dalla fusoliera color metallo: da noi in Italia era appena nata la televisione e le coppie non divorziavano; mia madre – che a Milano chiamavano malignamente la Vedova in Banca – andava alle feste con le sorelle Giussani. Due volte all’anno volava da mio padre. Alla vigilia era sempre euforica e girava per casa cantando le arie che aveva ascoltato alla Scala. Io restavo con le tate, e quando mia madre tornava dovevo far finta di non vedere che aveva i nervi a pezzi; la tata Emilia me lo diceva sempre: “Non deve sapere che tu hai capito. Le spezzeresti il cuore”.<br />
Arrivammo a New York il mattino del 17 luglio del 1955. Durante il volo mio padre aveva risposto con pazienza a tutte le mie domande sull’America. Ero convinto che da qualche parte, sulla costa orientale, ci fosse Metropolis, e chiesi a mio padre quanto distasse da New York. “Un paio d’ore di treno”, rispose.<br />
“E Disneyland, dov’è?”<br />
“Dalle parti di Los Angeles.”<br />
“Allora dovremo prendere un altro aereo… Ma è vero che c’è il castello della Bella Addormentata?”<br />
Nel centro di Shangri-La, già punta dall’arcolaio, la bella Aurora mi stava aspettando…</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 08 Disney davanti al Castello.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 08 Disney davanti al Castello.jpg" width="200" height="198" /></p>

<p>Il sonno è più democratico della veglia. Tutti sognano una donna che è quasi sempre la stessa donna. Anch’io, nelle ultime ventimila notti, ho sognato <em>quella donna</em>:  mia madre. Quando non parlo, lei mi dice: “D’accordo, sta’ pure zitto, Signorino Taciturno”. Passano gli anni della mia infanzia, ma lei è sempre impacciata come una principiante, e in realtà soffre nel sentirmi bisbigliare, dopo ore di silenzio trattenuto in mezzo ai denti, <em>la mia vita è tragica, non lo capisci? Io odio tutti</em>.</p>

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<strong>5.</strong></p>

<p>L’inglese si pulisce le dita sporche di sugo sul tovagliolo di carta. “La prima volta che sono venuto in Nigeria”, mi dice, “c’era ancora il generale Babangida. Ebbe la bella idea di svalutare il <em>naira</em> dell’ottanta per cento, d’accordo col Fondo Monetario Interna-zionale, ma da quel giorno il debito del paese è salito a venti mi-liardi di dollari”.<br />
<em>Un uomo che fa bene il suo lavoro</em>. Ecco l’effetto che fa mister Ha-ynes, malgrado l’<em>understatement</em> finto-cinico-razzista.. Ed io – io che provo a spiegargli quanto svolgo bene il mio e gli parlo dell’asilo con lo scivolo blu e le altalene che abbiamo piantato in mezzo a quella stessa polvere dalla quale vorremmo trarre l’acqua che disseti il formicaio immondo (ma soprattutto la nostra: una sete enorme, incessante); e non mi vengono le parole, ma solo fulmini e luccichii dal passato, tappezzerie a fiori e fiorellini, penombra di stanze eleganti, visi semirivelati dagli specchi, scale, vecchi aeroporti, bestemmie e grida captati dietro una porta, la Porta che immette nel mondo oltre la Rispettabilità e il Decoro… – ecco che già sento crescere in me un sentimento nero, persuasivo, che stimola ogni nervo, e specialmente la mia parte ferita e tragicamente disonorata, inerme sotto i calzoni di tela, pronta di nuovo all’impietoso confronto con quella trionfante di un signore che si chiama Andrew Haynes, un uomo che assomiglia alla polaroid di un soldato alla partenza, che sembra voglia mangiarsi vivo il fotografo.<br />
La piccola puttana non ha riso. Perché non sa come si fa. Anche lei <em>fa bene il suo lavoro</em>. Alla sua età, se l’avessi incontrata, ne avrei avuto paura. Ma adesso, a sessantadue anni, posso finalmente odiarla, così come odio Andrew Haynes, l’Uomo del Petrolio che dorme sonni tranquilli, la notte (ci scommetto) perché ama la vita. E adesso chiede all’Uomo dell’Acqua come mai in Nigeria novanta milioni di persone non possono compiere il semplice gesto di aprire un rubinetto.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 09 Il Delta del Niger in fiamme.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 09 Il Delta del Niger in fiamme.jpg" width="198" height="149" /></p>

<p>“Bè, tutti sanno che la colpa è anche vostra”, gli dico.<br />
E lui che fa? Sorride, mostrandomi i suoi denti d’ostrica; e scuote la testa. “I nostri controlli sull’ambiente sono rigorosi”, dice. “Quando estraiamo il greggio ci preoccupiamo che l’acqua non venga contaminata o inquinata”.<br />
“Va’ a vedere a Warri o a Umuechem. Prova a chiedere un bicchiere d’acqua a un contadino di Okukolo… Non credo che avresti il fegato per berlo. D’altronde, mi hanno raccontato che gli uomini della Chevron Texaco e della Shell si sono coperti le spalle di fatto nominando un loro uomo a vicedirettore degli affari pubblici del ministero delle risorse petrolifere… Quando mi hanno portato fino al delta del Niger ho visto coi miei occhi fiamme gigantesche che facevano risplendere la foresta. L’aria era avvelenata dai vapori di idrocarburi, metano, monossido di carbonio, biossido di carbonio e fuliggine emessi dal gas che viene bruciato ventiquattro ore al giorno da più di trent’anni. Quando su Ebubu cade la pioggia acida i bambini si ammalano. Iniziano a grattarsi a sangue le chiazze di eczema che prudono. Poi le piaghe s’infettano, e i bambini muoiono…”.<br />
L’Uomo del Petrolio sbadiglia. La cameriera gli porta un’altra birra. <br />
“A proposito”, mi fa l’Uomo del Petrolio mentre si versa da bere, “com’è andata l’altra sera con la piccola <em>ogoni</em>? <em><strong>[1]</strong></em> L’ho vista salire in camera tua, all’Ikoyi. Il portiere mi ha detto che ha dodici anni”.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 10 Baby-prostitute a Lagos.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 10 Baby-prostitute a Lagos.jpg" width="200" height="130" /></p>

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<strong>6.</strong></p>

<p>Mio padre accende il televisore e lo sintonizza sulla ABC per as-sistere in diretta all’inaugurazione di Disneyland assieme a settan-ta milioni di americani. Malgrado tutto, non riesco a non vedere. Me ne sto rannicchiato su una poltrona di pelle e sorrido – persino – a mio padre quando mi dice: “Ti prometto che ci andremo, l’anno prossimo”. <br />
Ieri mia madre mi ha detto: “Mi spiace, tesoro, ma papà ha una riunione urgente alla Nazioni Unite e io non mi sento troppo bene”.<br />
“Ma era il mio regalo...”<br />
“Lo so, amore. Ma non è possibile”.<br />
Nel grumo di felicità dell’infanzia – una felicità crudele, borghe-se, che combatto tenacemente inventandomi quella misteriosa sconfinata tristezza che avrei rimpianto, più avanti, per tutta la vita – so che tutto quello che facciamo richiede soldi. Avendone molti, non c’è nulla che non si possa fare. Ora ho gli occhi soc-chiusi per non far scivolare le lacrime, e ci sto pensando su, sto decidendo adesso che c’è qualcosa, qualcosa di indefinito e sco-nosciuto, che in questo mondo conta più del denaro, più della promessa fatta da una madre e da un padre a un bambino. Il bacio rosa della mamma mi raggiunge in un angolo della bocca mentre sono completamente cieco, e ciecamente attento. “Sei il mio tesorino, il mio tesorino bello”, sussurra con l’alito che sa del vino del giorno prima. “Ma sei un ometto, ormai, e certe cose so che le capisci”. E invece ecco la rivelazione: sono come un neonato. Datemi cibo, calore, e le api musicali che svolazzano sulla culla. Ma non datemi amore. Perché non so che farmene.<br />
In ventimila si accalcano ai cancelli nei quaranta gradi di Anaheim. La telecamera plana sulla guglia del castello della Bella Ad-dormentata, poi stacca sui Mousekeeters che ballano sulle note della <em>Skeleton Dance</em>. Ecco i presentatori: stanno giocando a campana. Uno di loro è Ronald Reagan. E ora una carrellata sulle aree tematiche del parco: Adverntureland, Frontierland, Fantasyland e Tomorrowland. Tutta la mitologia di cieli blu, elefanti volanti, orsi canterini, <em>happy endings</em> e valori morali scivola giù come un gelato al pistacchio.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 11 Reagan a Disneyland.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 11 Reagan a Disneyland.jpg" width="163" height="170" /></p>

<p>Mia madre non c’è. <em>È di là</em>, come dice mio padre quando capisce che la sto cercando. Non so ancora che non la vedrò mai più. E non lo sa nemmeno lui. <br />
Ronald Reagan sta intervistando Pippo.</p>

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<strong>7.</strong></p>

<p>Tornato in albergo faccio una telefonata.<br />
“Cosa vuoi?”, mi dice l’uomo del Mend <em><strong>[2]</strong></em>.<br />
“Ho la persona che fa per voi. Un inglese.”<br />
“È della Shell?”<br />
“No, lavora sulla Bulford Dolphin.”<br />
“Dove sta?”<br />
“Alloggia qui, credo.”<br />
“Okay. Allora ci vediamo domani alle undici al Tastee Free Chicken sulla Broad Street”.<br />
“Porta i soldi.”</p>

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<strong>8.</strong></p>

<p>Quando trovarono mia madre riversa sul marciapiedi della 54ma non avevo ancora riflettuto sul fatto che è Walt Disney il peggior nemico dell’armonia famigliare. Nel suo mondo, infatti, non esistono i genitori: Qui, Quo e Qua vengono cresciuti da un zio, Mowgli da un orso e da una pantera, Pinocchio da Geppetto, dei sette nani si prende cura Biancaneve e la mamma di Bambi viene fatta fuori subito.<br />
Faccio aderire il mio corpo a quello della mia piccola puttana. Lei bruca, lì sotto: liscia, fantasticamente liscia, oliata, tutta in movimento. Da qualche parte nel calendario astrale, questa bambina sopravanzerà mia madre – se l’Aids e la malnutrizione glielo consentiranno – e un bel giorno, <em>in quel punto</em> della costellazione del tempo, sarà finalmente più vecchia di lei.<br />
Questa mattina l’ho spiata al Balogun Market. Intingeva un panno lercio in una lattina colma d’acqua e per sette centesimi lavava i piedi alle donne del mercato.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 12 Balogun Market.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 12 Balogun Market.jpg" width="202" height="131" /></p>

<p><br />
<strong>Note:</strong></p>

<p><em><strong>[1]</strong></em> Gli ogoni sono un’etnia africana che abita la regione del delta del Niger, compresa nello stato nigeriano del Rivers.</p>

<p><em><strong>[2]</strong></em> Il Mend (Movement for the Emanicpation of the Niger Delta) è un movimento nigeriano che combatte contro l’oppressione ai danni delle popolazioni del delta del Niger e il degrado ambientale causato dalle multinazionali del petrolio. Oltre ad azioni di tipo politico, il Mend recentemente ha compiuto diversi atti terroristici come il sabotaggio di oleodotti e il rapimento di ingegneri petroliferi stranieri.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 13 Delta del Niger.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 13 Delta del Niger.jpg" width="310" height="216" /></p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La appendice titolo.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La appendice titolo.jpg" width="289" height="75" /></p>

<p>La Nigeria è il primo esportatore di petrolio dell’Africa e settimo nel mondo, con i suoi 2,5 milioni di barili al giorno. La questione del petrolio nelle regioni del Delta del Niger dura ormai da quasi cinquant’anni: nel 1958 fu trovato il primo giacimento di oro nero, dando il via all’estrazione da parte delle multinazionali Shell, Agip, Elf e Chevron. La popolazione ha spesso accusato le compagnie petrolifere di sfruttare le risorse in maniera indiscriminata e di inquinare la regione. Negli anni sono sorti numerosi movimenti di protesta civile e armata tra le diverse etnie della zona. Alcuni sono stati repressi con la violenza: la vicenda più eclatante riguarda l’attivista degli Ogoni Ken Saro-Wiwa, fatto impiccare dal regime di Sani Abacha nel 1995. A poco più di dieci anni dalla morte, Saro-Wiwa è ancora oggi il simbolo della lotta per l’autodeterminazione nel Delta del Niger.<br />
Il 26 febbraio 2005, la principale regione petrolifera nigeriana è tornata ad essere il teatro di uno spaventoso massacro ai danni della popolazione civile, massacro condotto non dai miliziani o dalle gang armate che infe-stano la zona ma dalle forze di polizia locali. Testimonianze citate dalla Reuters hanno parlato di almeno trenta morti tra i civili, in un’operazione che invece di stanare i miliziani del Mend si sarebbe risolta in una gigan-tesca caccia all’uomo che ha distrutto il villaggio di Odiama. <br />
Nel giugno dello stesso anno, sei lavoratori – due tedeschi e quattro ni-geriani – sono stati rapiti da uomini di etnia Iduwini nello stato del Delta. Gli uomini, al servizio della Belfinger-Berger (azienda collegata alla Shell), si trovavano su un’imbarcazione che si dirigeva verso lo stato di Bayelsa.  Secondo le dichiarazioni di uno dei membri dell’Iduwini Natio-nal Movement for Peace and Development, il rapimento aveva lo scopo di costringere la Shell a concedere i fondi per lo sviluppo economico e sociale del territorio, come previsto da accordi già presi tra la multinazio-nale anglo-olandese e le comunità locali. I sei uomini sequestrati sono stati liberati dopo tre giorni. Secondo le notizie riferite dal quotidiano ni-geriano “This Day” le richieste dei rapitori prevedevano un riscatto di venti milioni di dollari.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 14 Guerriglieri del Mend.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 14 Guerriglieri del Mend.jpg" width="197" height="166" /></p>

<p>Il 31 marzo 2007, i guerriglieri del Mend hanno rapito un tecnico petro-lifero inglese che lavorava sulla Bulford Dolphin, una piattaforma petrolifera a circa quaranta chilometri al largo del delta del Niger, di proprietà del gruppo norvegese Fred Olsen, che si occupa di trivellazioni esplora-tive. La società non era nuova ai sequestri: il 2 giugno del 2006 altri otto stranieri – un americano, un canadese e sei britannici – erano stati rapiti e rilasciati due giorni dopo. Anche il tecnico inglese è stato tenuto ostaggio per breve tempo e liberato il 4 aprile.<br />
Anche l’Italia è stata vittima di rapimenti. L’8 dicembre 2006, tre tecnici italiani e uno libanese, che lavoravano per l’Eni, sono stati sequestrati da alcuni uomini del Mend. “Li abbiamo noi”, hanno fatto sapere, chieden-do per il rilascio la liberazione di alcuni esponenti separatisti nelle carceri nigeriane, il pagamento delle compensazioni alla popolazione del Delta per lo sfruttamento cinquantennale e la rinuncia da parte del governo di Lagos ai profitti derivanti dall’estrazione. Altrimenti, hanno scritto in un comunicato, “siamo pronti a trattenerli per anni. Il vostro incubo è ap-pena cominciato”.<br />
I quattro tecnici (Francesco Arena, Cosam Russo, Roberto Pieghi e I-mad S. Abed) sono stati rapiti dai guerriglieri che hanno attaccato una stazione di pompaggio gestita dall’Agip (gruppo Eni). “C’è stato un at-tacco alla stazione Agip di Brass, alle 5 di questa mattina”, ha detto il ca-po della polizia dello Stato Hafiz Ringim. Il terminal Brass, che produce circa duecentomila barili di greggio al giorno, si trova a circa tre ore di battello dalla capitale Yenagoa. “Erano una ventina. Sono arrivati a bordo di sette imbarcazioni, a volto coperto”. I soldati di guardia del complesso petrolifero hanno risposto al fuoco degli assalitori che hanno ripiegato verso la zona degli alloggi dei lavoratori, dove non è stato difficile sequestrare i quattro tecnici.<br />
Il 18 gennaio, viene rilasciato uno dei rapiti, Roberto Pieghi, mentre in Italia si sollevano le polemiche. L’8 febbraio, durante una interpellanza parlamentare, l’on. Paolo Cacciari del Partito di Rifondazione Comunista ricorda come “questo episodio è solo uno degli ultimi di una lunga e spaventosa serie di attacchi alle infrastrutture petrolifere delle compagnie internazionali presenti nell'area e ai tecnici lì operanti. Ricordo solo quelli subiti dalla nostra compagnia, l’Eni, di cui si è avuta notizia dall’inizio dell'anno scorso: il 23 gennaio 2006 fu attaccata una piattaforma senza alcun danno; il giorno successivo, il 24 gennaio, una ventina di uomini armati hanno svaligiato la sede del quartier generale della città di Port Harcourt, provocando 9 morti nello scontro a fuoco con la polizia privata; il 18 marzo è stato fatto esplodere l'oleodotto Agip che collega Tebidaba al terminal di Brass, con enorme spargimento di greggio e l'interruzione del flusso; l’11 maggio vennero sequestrati per un giorno, a Port Harcourt, tre tecnici dell’Eni, tra cui un italiano, Vito Macrina; dal 25 al 31 luglio la stazione di pompaggio di Ogbainbiri è stata occupata pacificamente da un gruppo di giovani ribelli, i quali chiedono e ottengono un risarcimento; il 28 agosto è rapito il tecnico della Saipem Mario Pavesi, che verrà rilasciato quattro giorni dopo; il 28 ottobre viene occupata la stazione di pompaggio a Clough Creek, nelle vicinanze di Bayelsa, senza conseguenze; il 6 novembre è la volta della stazione di pompaggio a Te-bidaba, con sequestro di 48 dipendenti rilasciati dopo 17 giorni; il 12 novembre un altro attacco a una piattaforma non precisata; il 22 novembre attacco alla nave-piattaforma Mystras della Saipem al largo di Port Harcourt, con rapimento di 7 tecnici e scontro a fuoco dove muoiono 4 persone, tra cui David Hunt, il sovrintendente della produzione britannico dell’Agip, e viene ferito un italiano, Mario Caputo, in maniera non grave. <br />
Poi, ancora, dopo il rapimento del 7 dicembre dei nostri connazionali, di cui stiamo parlando e che è ancora in corso, il 18 dicembre si è verificata l’esplosione di una autobomba nel perimetro interno del complesso Agip a Port Harcourt”.<br />
Continua l’on. Cacciari: “Credo che questo scarno elenco possa bastare ad affermare che la regione del delta del Niger non sembra offrire quegli elementi minimi di sicurezza necessari per svolgere normali attività imprenditoriali. Nel delta del Niger stiamo assistendo all’escalation di una vera e propria guerra a bassa intensità tra vari gruppi di ribelli e guerriglieri che fanno capo a diverse etnie e le major petrolifere, con a capo la Shell, la Chevron, la Exxon Mobil, la Total e la nostra Eni, accusate di depredare le risorse naturali dell'area. Conflitto che il Governo e le forze armate nazionali nigeriane non sembrano essere in grado di controllare. Alcuni osservatori parlano di vietnamizzazione del Golfo di Guinea. Tant’è che, nel marzo dello scorso anno, quando l’ammiraglio Henry Ulrich, comandante della flotta USA di stanza in Europa e nel Golfo di Guinea, visitò la Nigeria, una delegazione di rappresentanti delle compagnie petrolifere gli chiese di incrementare la protezione alle loro numerose piattaforme (33 fisse, 20 galleggianti, 13 navi cisterna, 700 pozzi a terra offshore, che estraggono 2,5 milioni di barili al giorno). La nostra quota, dell’Eni e dell'Italia, è pari a 160 mila barili al giorno, per un valore di 7-8 milioni di dollari al giorno. In più, vi è il maxicontratto per l’estrazione e la liquefazione del gas naturale degli impianti di Brass. La risposta dell'ammiraglio Ulrich fu che gli Stati Uniti si sarebbero limitati a controllare le navi in transito al largo, in acque profonde, e che dentro al delta le compagnie si sarebbero dovute proteggere da sole.Detto questo, i due aspetti che a mio avviso dovremmo prendere in considerazione in questa sede sono i seguenti: la catastrofica situazione ambientale e umanitaria del delta del Niger; le finalità e le modalità della nostra presenza in quell’area con l’Eni, la più grande impresa di Stato, controllata dal Governo”.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 15 Brucia on oleodotto.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 15 Brucia on oleodotto.jpg" width="201" height="151" /></p>

<p>In quegli stessi giorni, Luca Manes su “il manifesto” descrive bene la situazione nigeriana: “Per la Nigeria il petrolio è da troppo tempo una ma-ledizione (...) Il panorama del territorio del delta del Niger è costellato da abbaglianti fiammate altre decine di metri, causa di rumorose esplosioni che si susseguono giorno e notte, spesso anche a poca distanza dai villaggi (i pennacchi di fuoco sono così imponenti che si possono distinguere nettamente dalle riprese satellitari). Con i gas flaring si disperdono nell’aria tossine inquinanti, come il benzene, che tra le popolazioni locali ha provocato l'aumento in maniera esponenziale di tumori e di malattie respiratorie quali la bronchite e l’asma. <br />
Il 21 febbraio, il tecnico libanese riesce a scappare, dopo che qualcuno ha corrotto che gli faceva la guardia pagando duecentomila dollari.<br />
Il 3 marzo, finalmente, vengono liberati anche Francesco Arena e Mimmo Russo. “Ci hanno trattati bene”, dichiara il primo. “In fondo le loro ragioni sono comprensibili. Alla partenza lo stregone del gruppo ci ha perfino benedetti con whiskey e amuleti ju-ju”.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 16 Mimmo Russo e Francesco Arena.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 16 Mimmo Russo e Francesco Arena.jpg" width="200" height="133" /></p>

<p>Le estrazioni di petrolio in Nigeria cominciarono nel marzo del 1956 nello stato di Bayelsa nei campi della Shell, mentre l’Eni arrivò più tardi, nel 1962. Nel 1958 fu trovato petrolio nello stato di Rivers, dove viveva-no gli Ogoni. Gli oleodotti, costruiti in superficie, passano su terreni un tempo coltivati e successivamente espropriati, mentre parte della popola-zione ha dovuto lasciare i propri villaggi. Chi è rimasto lavora spesso per le compagnie petrolifere, percependo stipendi bassissimi. Alla devastazione ambientale si è poi aggiunto il costo sociale che gli Ogoni hanno dovuto sopportare: la zona da loro abitata ha poche scuole, non ha ospedali né acquedotti, e nemmeno l’elettricità. La disoccupazione è altissima, attorno al 70%. <br />
Fu nel 1990 che emerse la figura di Ken Saro-Wiwa, drammaturgo, po-eta e letterato Ogoni, candidato al premio Nobel per la Pace. Presidente di un’organizzazione per i diritti delle minoranze africane e fondatore del Mosop (Movement for Surviving of Ogoni People), difensore della non-violenza attiva, Saro-Wiwa era convinto che esistessero forme positive e costruttive di dissenso per opporsi al governo militare allora al potere ed alla Shell.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 17 Manifestazione del Mosop contro la Shell.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 17 Manifestazione del Mosop contro la Shell.jpg" width="200" height="135" /></p>

<p>Con il sostegno di pochi altri membri della comunità Ogoni, Ken Saro-Wiwa fu capace di organizzare il suo popolo. Andò da una comunità al-l'altra rivolgendosi alle persone, ascoltando i loro bisogni e chiedendo che cosa avrebbero voluto fare. Così, sotto la leadership del Mosop, gli Ogoni cominciarono una campagna di resistenza. Prepararono una carta dei diritti, formulando poche ma chiare rivendicazioni: il riconoscimento della loro autonomia politica all'interno della federazione nigeriana; la fine di ogni tipo di emarginazione dal potere politico; le forme di riparazione da parte della Shell e dello stesso governo federale in ragione del degrado ambientale subito e della drastica distruzione delle loro principa-li fonti di vita; un sistema di ridistribuzione più equa delle entrate deri-vanti dall'estrazione e vendita del petrolio. Il Mosop presentò questa carta al gen. Ibrahim Babangida, a quel tempo al potere. Questo alto ufficiale era conosciuto come un fine diplomatico, simpatico e furbo; infatti fu capace di dialogare con i rappresentanti degli Ogoni, senza però concedere nulla. Quando il Mosop prese atto che le discussioni avute col go-verno non avrebbero portato ad alcun risultato, decise di rivolgersi direttamente alla Shell, sottoponendole una serie di richieste e organizzando contro questa multinazionale parecchie dimostrazioni pacifiche. In occa-sione dell'anno dei popoli indigeni, promosso dalle Nazioni Unite, il Mo-vimento guidato da Saro-Wiwa organizzò una marcia contro le politiche del governo e quelle della Shell, a cui parteciparono trecentomila Ogoni.<br />
Il Mosop arrivò persino a lanciare, con successo, un’azione di boicot-taggio durante le presidenziali, sostenendo che la Costituzione nigeriana non tutelava i diritti degli Ogoni e quindi non era rappresentativa di questo popolo. Con l'andare del tempo, alcuni aderenti del Movimento cominciarono a interrogarsi sulla scelta nonviolenta del gruppo, in quanto, a loro parere, tale metodo non pareva molto efficace. <br />
Il governo, intanto, stava cercando di corrompere qualche suo mem-bro, questo mentre Saro-Wiwa e altri dirigenti del Mosop finivano in car-cere o erano agli arresti domiciliari. Vennero loro sequestrati anche i passaporti, impedendo così che lasciassero la Nigeria per conferenze o even-ti internazionali a cui erano stati invitati. <br />
Tuttavia, nonostante la forte opposizione del governo, i principali atti-visti del Mosop continuarono nella loro attività nonviolenta. Lanciarono una campagna internazionale che conquistò anche il sostegno di impor-tanti gruppi ambientalisti, come Greenpeace, o di Organizzazioni non governative (Ong) vicine a Amnesty International. Così il “caso Ogoni” fu preso in carico dalla Lega delle nazioni non rappresentate, una Ong con sede in Olanda. Nel 1993 nasceva dal Mosop una costola più militante: il Consiglio giovanile nazionale del popolo Ogoni (Nycop). Quattro leader conservatori che erano stati corrotti dal governo per screditare il Movimento, facevano ora riferimento proprio al Nycop.</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 17 Un soldato di guardia a un oleodotto.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 17 Un soldato di guardia a un oleodotto.jpg" width="198" height="145" /></p>

<p>Intanto Babangida era stato sostituito da un nuovo regime sanguinario: quello del gen. Sanni Abacha. Il petrolio era troppo importante per l'economia nigeriana per usare la diplomazia nei riguardi degli oppositori. Tutte le comunità del delta del Niger sul cui territorio erano stati scavati i pozzi, erano in attesa di vedere quale sarebbe stata la reazione del nuovo potere alle richieste degli Ogoni. Se fossero state soddisfatte, anche loro avrebbero presentato una carta dei diritti. <br />
Il 21 maggio 1994, Saro-Wiwa doveva intervenire e prendere la parola durante una manifestazione locale, quando la polizia lo mise agli arresti domiciliari. La gente che intanto si era radunata, lo aspettava; la tensione era altissima. In quella occasione, i quattro capi conservatori furono ucci-si dalla folla. Non è ancora chiaro chi furono i veri istigatori del delitto. Sta di fatto che pur non essendo presenti, Saro-Wiwa e altri militanti del Mosop furono arrestati “per aver incoraggiato la gente a compiere quel-l'omicidio”, così sostenne il governo. Il giorno seguente, senza che ci fosse alcun riscontro concreto, i nove accusati furono gettati in prigione, sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani e condannati alla pena di morte per impiccagione. Non ci fu per loro alcuna possibilità di ricorrere in appello. Il 10 novembre del 1995, tra la sorpresa e lo shock della comunità internazionale, furono giustiziati. La terra della comunità Ogoni fu invasa, i villaggi bruciati e fu fatta strage della popolazione. Molti si rifugiarono negli Stati vicini, come il Benin, dove trovarono ospitalità nei campi profughi. La terra degli Ogoni fu pattugliata giorno e notte dai soldati, furono erette delle barriere per ostacolare il libero movimento delle persone e per terrorizzare la gente rimasta. La lotta di questo popolo catturò l'interesse della comunità internazionale e portò a delle sanzioni severe contro la Nigeria che venne tra l'altro sospesa dal Commonwealth. Le stesse Nazioni Unite imposero delle sanzioni fino a quando in quel Paese non fu instaurato un governo democratico. Il ruolo che la Shell ebbe in tutta la vicenda e le esecuzioni che seguirono, portarono a una campagna internazionale di boicottaggio dei suoi prodotti.<br />
Con l’impiccagione di Saro-Wiwa il filo della possibile evoluzione de-mocratica della Nigeria fu spezzato: da allora, a fasi alterne, sono seguiti periodi di tensioni e violenze, tregue, attacchi alle strutture delle compagnie petrolifere e, più recentemente, scontri armati con le milizie private delle stesse compagnie petrolifere, rapimenti di personale ed esplosione di autobombe. Negli ultimi dieci anni la Nigeria è passata ad un governo civile retto da Olusegun Obasanjo.<br />
Nonostante ciò la situazione nigeriana resta grave. Lo sviluppo della Nigeria deve essere insieme politico ed economico: una maggiore indi-pendenza dalle istituzioni finanziarie, un recupero della sovranità nazio-nale ed uno sfruttamento razionale delle risorse naturali che finalmente vada a vantaggio della popolazione sono, oltre ad un maggior rispetto dei diritti civili, le condizioni essenziali per uscire dalla povertà e per non rendere più possibile un altro caso come quello di Ken Saro-Wiwa.</p>

<p><br />
<img alt="COLOMBATI Shangri-La 19 Ken Saro-Wiwa.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 19 Ken Saro-Wiwa.jpg" width="201" height="238" /></p>

<p><strong>Il testamento politico di Ken Saro-Wiwa</strong></p>

<p><em>Signor Presidente, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. <br />
Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti pro-cessi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale. Non siamo sotto processo solo io e i miei compagni. Qui è sotto processo la Shell. Ma questa compagnia non è oggi sul banco degli imputati. Verrà però certamente quel giorno e le lezioni che emergono da questo processo potranno essere usate come prove contro di essa, perchè io vi dico senza alcun dubbio che la guerra che la compagnia ha scatenato contro l'ecosistema della regione del delta sarà prima o poi giudicata e che i crimini di questa guerra saranno debitamente puniti. Così come saranno puniti i crimini compiuti dalla compagnia nella guerra diretta contro il popolo Ogoni.</em></p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 20 Lagos.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 20 Lagos.jpg" width="201" height="140" /></p>

<p>Proprietà letteraria riservata<br />
©2007 Leonardo Colombati</p>

<p><img alt="COLOMBATI Shangri-La 21.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/images/COLOMBATI Shangri-La 21.jpg" width="201" height="134" /></p>]]>
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<title>Happy Birthday Cinecittà</title>
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<modified>2007-07-27T11:16:05Z</modified>
<issued>2007-04-26T17:57:03Z</issued>
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<name>Leonardo Colombati</name>
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<email>leo.colombati@flashnet.it</email>
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<![CDATA[<p><a href="http://www.cinecitta.com"><img alt="cinecitta.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/cinecitta.jpg" width="100" height="100" /></a></p>

<p><em>[Questo mio articolo è stato pubblicato ieri su "Vanity Fair". lc]</em></p>

<p><img alt="fellini_intervista.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/fellini_intervista.jpg" width="349" height="232" /></p>

<p><strong>1.</strong></p>

<p><em>Teatro 5 di Cinecittà. Davanti a un immenso frontale che riproduce un cielo, sospesi a diversa altezza su due piccoli ponti attaccati con le funi ai tralicci del soffitto, due pittori in canottiera e coi cappellini ricavati da un foglio di giornale muovono i lunghi pennelli con lentezza da acquario, i secchi della vernice accanto. Tutto intorno è silenzio. Si sente solo il fruscio delle spatole sul fondale già quasi interamente dipinto.<br />
― Oh, a Ce’…<br />
― Che voi?<br />
― Vattela a pijà ‘nder culo.</em></p>

<p>Il 28 aprile di settant’anni fa venivano inaugurati a Roma, sulla via Tuscolana, i sedici teatri di posa, la piscina per le scene acquatiche, i ristoranti e gli uffici di quella che sarebbe diventata la “Hollywood sul Tevere” in spregio ai diktat autarchici del suo fondatore. </p>]]>
<![CDATA[<p>In una <a href="http://www.terramedia.co.uk/Chronomedia/years/Mussolini_opening_Cinecitta.jpg">foto</a> scattata quel giorno si vede un gruppo di gerarchi in orbace assiepato intorno al comico siciliano <a href="http://www.csssstrinakria.org/musco.htm">Angelo Musco</a> che si esibisce in una scenetta estemporanea. L’immagine riesce a cogliere pure il sorriso compiaciuto di Mussolini, per il quale il cinema doveva rappresentare “l’arma più forte”.<br />
Secondo alcuni, il primo film girato a Cinecittà fu proprio <em><a href="http://www.cinebazar.it/riv1a001244.htm">Il feroce Saladino</a></em> di <a href="http://www.mymovies.it/filmclub/registi/285.jpg">Mario Bonnard</a>, con Musco come protagonista. Ma i due re incontrastati di quei primi anni furono senza dubbio <a href="http://www.giornalisti.it/binarioloco/archives/Mariocamerini.jpg">Mario Camerini</a> – il regista dei film coi <a href="http://81.88.234.250/docum_pubblici/Didattica/Ipertesti/vie%20della%20persuasione/immagini/alida_valli_amante_segreta.jpg">telefoni bianchi</a> – ed <a href="http://www.italica.rai.it/principali/argomenti/biografie/blasetti.htm">Alessandro Blasetti</a>, che così viene descritto all’opera da Federico Fellini: “Il braccio lunghissimo di una gru cominciò a sollevarsi nell’aria e a salire in alto, sempre più in alto, al di sopra delle costruzioni, al di sopra dei teatri di posa, oltre gli alberi, oltre le torri, su, ancora più su, verso le nubi, fino a fermarsi sospeso nel riverbero incandescente di un tramonto con milioni di raggi. Qualcuno mi prestò un cannocchiale e lassù, a più di mille metri, su una poltrona Frau saldamente avvitata alla piattaforma della gru, con i gambali di cuoio, scintillanti, un foulard al collo di seta indiana, un elmo in testa e tre megafoni, quattro microfoni e una ventina di fischietti appesi al collo c’era un uomo: era lui, era il regista, era Blasetti”. Nel film <em><a href="http://www.cinaff.com/affiches/intervista.jpg">Intervista</a></em>, Fellini lo ritrae sudato sotto il casco coloniale mentre sta scendendo faticosamente la scaletta laterale di un’alta torre di legno. Un gruppo di operai accorrono ad aiutarlo, spronandolo, consigliandolo, adulandolo:<br />
“Fate attenzione, dottore!”<br />
“Aiutate il dottore, su!”<br />
“Ma non c’ha bisogno d’aiuto ‘sto dottore, è un grillo ‘sto dottore!”<br />
È una scena che riesce a ridare interamente il senso di questo microcosmo di quattrocentomila metri quadrati incastonato nella periferia a est di Roma: una  città dentro la città che con un assurdo logico è più grande del suo contenitore e riesce ad allargare i suoi confini fino ad abbracciare il mondo intero; un laboratorio di sogni affidato sì al genio registico e al fascino dei suoi divi, ma anche e soprattutto al lavoro oscuro di una moltitudine di operai e di artigiani, gli uomini a cui è affidato il compito di riempire il vuoto cosmico di un teatro di posa prima del Big Bang.</p>

<p><img alt="cinecittà tramvetto azzurro.jpg" src="http://www.perceber.com/archives/cinecittà tramvetto azzurro.jpg" width="283" height="202" /></p>

<p><strong>2.</strong></p>

<p><em>Il primo pittore sta fischiettando “Sirena del mare”. Di colpo s’interrompe, e nel silenzio riverberato del grande teatro vuoto si rivolge di nuovo al secondo pittore:<br />
― A Ce’… No, stavo a pensà ‘na cosa…<br />
― Cosa?<br />
― Perché non te la vai a pijà ‘nder culo? ―  e scoppia a ridere, felice come un bambino.</em></p>

<p>Per arrivare fino al Quadraro, il quartiere dov’è Cinecittà, i ragazzi e le ragazze che sognavano una comparsata prendevano il <a href="http://www.ilmondodeitreni.it/RomaTram/romap6.html">tramvetto azzurro</a> che imboccava Porta San Giovanni verso la via Appia e poi si lanciava attraverso la campagna disseminata di ruderi antichi fino ad arrivare all’enorme ingresso. A pochi fortunati veniva consegnato il cestino col pranzo, segno tangibile dell’ingaggio in un cast. La maggior parte si accontentava di  vagabondare tra circhi, fori, templi, mura di città assediate, e di sbirciare da lontano l’uscita delle dive dalle roulottes. Erano i tempi di <a href="http://www.nyalanews.com/images/Edizione3/assia.gif">Assia Noris</a>, di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Clara_Calamai">Clara Calamai</a> e di quella <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/biblio